Resoconti

 domenica 17 giugno 2018 – Monte Gennaro

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Titolo: FARFALLE IN FORMA DI FIORE
Sottotitolo: SULLA VIA DELLA PERDIZIONE
Avete deciso che dovevo scrivere io il resoconto. E io lo scrivo. Ma sappiate che dirò la verità, tutta la verità,
nient’altro che la verità.
Sappiano coloro che si sono saggiamente astenuti dal partecipare all’escursione con le scuse più fantasiose
(“devo andare a Fano”, “ho problemi al menisco” “c’ho l’anca sbilenca”, “devo fare la prima comunione”,
“ho da sbucciare le ciliegie”, “devo mettere la tutina alle api operaie”) che presidenti, principi consorti,
accompagnatori, vice accompagnatori, accompagnatori degli accompagnatori, guide e assistenti alla guida,
hanno ripetutamente e con successo tentato di farci perdere.
Cominciando dalle vaghe indicazioni per raggiungere il luogo dell’appuntamento (oh, Luca Asei, ove sei tu,
che ci conducevi per mano verso casa tua, indicandoci curve, dossi e autovelox?). Meno male che la
signorina del bar di Marcellina (che fa pure rima) ci ha dato come riferimento l’immenso murale con la
vecchietta, così che siamo arrivati fortunosamente alla stradina che porta a Prato Favale, punto di partenza
della camminata.
Muoversi a piedi dà l’impagabile piacere di raggiungere posti sottratti alla massa. Quest’ultima si fermava a
pochi metri dal parcheggio per apparecchiare per il pic-nic. Ma noi (e due o tre gruppi, più qualche coppia
sciolta, con cane) abbiamo avuto il privilegio di salire lungo il letto di un torrente secco (ma a tratti
fangoso), fra massi muschiosi e faggi monumentali, cavalli al galoppo (non sapevi se ti trovavi sul set di
“Furia” o di bagnoschiuma Vidal: erano così vicini che sentivi il rumore degli zoccoli sul pratone) e altere
mucche dalle corna superbe (una, regale e paziente insieme, allattava il suo piccolo, sacra come una
madonna con bambino). Ma soprattutto a impressionarci erano i faggi, grandiosi, solenni, con i loro tronchi
intorcinati, ho detto io. Con i loro tronchi tormentati, ha detto Peppe, che è uno che parla bene. Non
abbiamo potuto resistere alla foto di gruppo davanti ad uno di questi prodigi della natura e prima o poi la
vedrete sul sito nuovo.
Le guide hanno messo da subito le mani avanti: “Sul Gennaro ci si perde sempre!”. E chi siamo noi per
andare contro una così radicata tradizione? Fino al pratone nessun problema: il letto del torrente è uno
stradone che non pone dubbi. Arrivati al prato qualche esitazione su dove sia l’attacco della salita, subito
fugato da una doppia fila di sassi, che delimitano una via ideale verso il monte, di cui si scorge la cima
scabra. Poi, salendo, qualche dubbio viene, si opta per una direzione, si spia cosa fanno gli altri gruppi,
anch’essi a tratti insicuri: di grossi problemi non ce n’è, si tratta comunque di salire, possibilmente per la via
più agevole.
Non che venga messa in discussione l’autorevolezza degli accompagnatori ma comincia a manifestarsi negli
accompagnati più social l’esigenza di introdurre un rating degli accompagnatori; si comincia a pensare
come metterlo sul nuovo sito; Katarina rilancia la sua idea di usare Facebook; Peppe stesso mette del suo
nell’immaginare come disegnare gli emoticons per esprimere il gradimento nel confronti delle guide.
Prima dell’una siamo in cima, ed è uno spettacolo fantastico a 365 gradi, come disse quel giornalista del
TG3: boschi, pascoli, paesi più vicini e più lontani (“Tivoli laggiù”, “quello è Roccagiovine”) e tante nuvole
veleggianti in questa balorda fine di primavera. Katarina avvista una singolare farfalla bianca, che pare
proprio un fiore. Come da consuetudine, la prode quindicina affronta da par suo panini al prosciutto,
insalate di farro, frittatine, non facendosi mancare caffè, ciambelline e cioccolata.

Un fronte di nuvole minaccioso avanza da est e non è il caso indugiare troppo nella pennica. Si fissa alle
13,45 l’adunata per la discesa. Per scendere facciamo, almeno in parte, un’altra strada, e, finché è scoperto,
non c’è problema, ma più in basso, ad un bivio, le cose si complicano e qui la faccenda è più seria, perché la
pioggia incombe e, se sbagliamo strada, arriviamo a Marcellina paese e non alle macchine: gran consulto
fra gli esperti, Peppe con la sua carta, Piero tira fuori la sua, alla fine una coppia di viandanti, ai quali io mi
sarei arresa subito, indica la retta via; Piero subisce senza convinzione. Dopo poco riconosciamo posti da cui
eravamo passati poche ore prima e tutti si tranquillizzano. Rapidamente raggiungiamo le macchine, mentre
cadono le prime gocce (Elsa, che pur non c’era ma evidentemente ci pensava, santa subito!). Si decide di
darci appuntamento al “bar all’uscita del paese” per bere un caffè insieme e salutarci; io, che non mi fido
più tanto, chiedo come si chiami il bar (il paese è piccolo ma i baretti sono tanti, ho notato la mattina; io mi
sarei fermata volentieri al “Bar…collo ma non mollo – nuova gestione”, in una curva), “non lo so ma si
riconosce perché ha un grande parcheggio davanti”. In ogni caso si procede incolonnati, noi siamo gli ultimi,
dopo Lamberto e Antonietta. Cammina cammina cammina superiamo tutti i bar, usciamo dal paese e
vediamo che gli altri stanno parcheggiando davanti ad una sorta di magazzino di materiale edile. “Abbiamo
sbagliato strada” è la candida confessione. “Torniamo indietro?”. “No, ormai piove”. Infatti, adesso la
pioggia sta facendo uno sgrullone. Così, ci salutiamo di corsa senza neanche scendere dalle macchine. E noi,
che eravamo arrivati per ultimi davanti al magazzino, ripartiamo per primi, ormai disorientati, non senza
aver chiesto ai compagni quale strada fare per riprendere l’autostrada: sì, noi perseveriamo nell’errore e
siamo diabolici. Ci viene indicata la strada che scopriremo più avanti essere la stessa fatta la mattina e che
non è né quella delle indicazioni scritte né quella fatta dagli altri.
E poiché le cose devono finire come sono iniziate, arrivati a Tivoli seguiamo i cartelli stradali che indicano la
direzione per l’autostrada, anche se è evidentemente opposta a quanto ci suggerisce la posizione del sole e
la memoria delle altre venute a Tivoli, compresa quella di stamattina. E ci inoltriamo per una sedicente via
Empolitana, procedendo in direzione ostinata e contraria al (buon) senso di orientamento. Ormai non
abbiamo più la forza di opporci al destino. Arriviamo alfine al casello di entrata in autostrada. È quello di
Castel Madama. Non chiedetemi perché.

 

(Marina M.)

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