Resoconto - La Reggia di Caserta

domenica 29 ottobre 2006

Certo che ‘sta vorta, Marì, l’hai fatta proprio grossa! Perché era ‘na scurzione piena de curtura. E l’hanno fatta grossa belle persone come Flavio e Emma, Anna e Maurizio, Peppe e Patrizia, Roberta e Maria che alla curtura so che ce tengono tanto. Pe’ non parlà de Luciano e Lucilla, de Nadia e Tonino: ma loro se la spassano a Praga... In compenso c’erano nuovi arrivi: solo il clan di Dino, comprese le mascotte Edoardo e Giulia, erano in undici. La cosa s’è messa subbito su ‘n piano elevato, perché cor fatto che a Caterina n’estracommunitario al bar j’ha fatto fòri il cellulare, ce semo messi a parlare de curtura moltoetnica e artre cose così. Arivati a Caserta, la reggia c’è subbito apparsa in tutta la sua preponderanza: non so se ce lo sai, ma il Palazzo cià una fronte de metri 284,7 circa.

Il programma era stato pensato così: al mattino il parco de tre chilometri con un viale d’acqua e sette fontane + il giardino inglese, che poi te spiego che d’è; doppopranzo visita del Palazzo che sarebbe la reggia vera e propria, colle sue sale der Consijo, der trono, delle cuardie, der sonno, della lettura e della riflessione (però me pare che a riflette a quei tempi erano solo le Reggine). Siccome eravamo quasi trenta e l’età annava da cinque anni a ortre settanta, il gruppo era assai variegolato e le andature tanto diverse fra loro, cosicchè era difficile de dì la stessa cosa a tutti, ma la dovevi ripete a pochetti pe’ vorta. Mo’ però, a voi esenti, ve la posso riccontà tutta de n fiato.

Dovete dunque sapere che Napoli era sempre più spesso attaccata dalle navi straniere (le più puzzone erano quelle inglesi), allora il re Carloborbone, penza che te ripenza, disse al Vanvitelli perché non gli faceva una Reggia nuova de zecca a Caserta. E quello je rispose che non c’era problema, Maestà; bastava caccià ‘na montagna de sordi (de soldi); e così fu fatto. Il Parco de tre chilometri è costellato (questa parola m’è piaciuta, anche se non so che significa), è costellato de sette fontane e fra la prima, quella della Margherita, e la seconda dei Delfini c’erano migliaia de pesci vivi e guizzanti, che servivano pei cortigiani.

Ma le fontane più belle erano l’urtime due. Una è quella de Venere e Adone; proprio bellissima, Marì! In mezzo a tante artre statue ce stava Venere che, ‘con sguardo melodrammatico implorante dice al giovane amante’ che nun ciannasse a caccia, che era pericoloso (la dea sapeva che Marte geloso di Adone je la stava a fà pagà) e Adone, co’ tutta l’arroganza giovanile che gli era propria, le risponde che non c’era da preoccuparsi, che lui era Adone e sapeva il fatto suo. Fatto sta che poi la favola racconta che, annato a caccia, Adone incontrò un cinghiale (forse lo stesso Marte in carne e ossa) che lo sbranò.

L’artra è la fontana di Diana al bagno e Atteone: qua i gruppi scultorei sono due: da una parte c’è Diana (sarebbe più coretto dì Artemide) che è tutta ‘ncavolata, perché le sue ancelle (che poi erano tutte ninfe) je riccontano che mentre nuda, come mamma l’aveva fatta, era entrata nell’acque, fra li rami dell’alberi Atteone l’aveva sbirciata e s’era messo a guardalla ‘stasiato. La dea, che forse da principio s’era umanamente un po’ compiaciuta, poi cià ripensato sopra e ha concluso che quel giovine non se doveva più permette de gurdaje la passeretta e l’artre cose nude che Natura j’aveva donato. E qui passiamo al secondo gruppo scultoreo dall’altra parte della fontana, dove Atteone, già mezzo trasformato in cerbiatto (che credo sia l’incrocio fa un cervo e un gatto), ‘sta per essere sbranato e divorato dalla muta (?) dei suoi cinquanta cani’.

Co’ n’oretta e mezza ci siamo fatti i tre km del parco, quando siamo entrati nel giardino inglese. Ora, Marì, devi sapere che quel giardino se chiamava “Inglese”, pur essendo italiano, perché piante e costruzioni erano messe un po’ a caso (“magari più apparente che reale”, ste parole che ho letto me so’ piaciute davvero), mentre il Giardino italiano ha tutte le cose (le piante, i fiori nelle aiole, le casette) messe a modino, come dice mio cognato Romano, che però è toscano. A me m’ha colpito soprattutto il fatto che il laghetto era d’una zozzura incredibile; e, poi, che certi alberi de pini, che era evidente che erano pini perché c’erano attaccate ancora le pigne, ciavevano le targhette che dicevano “pinus pìnea”: aoh, abbiamo pensato noi, ma che ce prendono proprio per stupidi? In questo Giardino c’erano dei vialetti tutti un po’ rovinati e pure delle costruzioni malridotte, come il criptoportico (?) che se ne stava tutto “nascosto”; tanto che pe’ trovallo è stata ‘na fatica, che te la lascio immaginà. La cosa più caruccia che ho visto in questo giardino l’ho vista in riva al laghetto: se trattava nientedemeno che del culo de Venere, che a me mi ha ricordata la bella statua della Sirenetta che devo avè visto da qualche altra parte.

Uffa! Me so’ stancato. Marì, la visita del Palazzo, se ce sarà l’occasione, te la racconterò un’altra volta. Però che te sei persa!


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