Resoconto - Sui sentieri dell’isola d’Ischia

da sabato 31 marzo a domenica 1 aprile 2007

Le stagioni non sono più quelle di una volta… signora mia!
Arcoiris va ad Ischia subito dopo l’inizio della Primavera e ti becca un fine settimana d’acqua.

“L’acqua che passa fra il fango di certi canali,
tra ratti sapienti e pneumatici e ruggine e vetri,
chissà se è la stessa lucente di sole o fanali
che guardo oleosa passare rinchiusa in tre metri.”

Noi l’acqua l’abbiamo incontrata ovunque.
Quella del mare del Golfo di Napoli, grigia e azzurra, placida e tempestosa, limpida e sudicia. Quella della pioggia su Ischia, rada e fitta, ghiacciata e sottile, capricciosa e greve.

“Si può stare ore a cercare se c’è in qualche fosso
quell’acqua bevuta di sete o che lava te stesso,
o se c’è nel suo correre un segno od un suo filo rosso
che leghi un qualcosa a qualcosa, un pensiero a un riflesso.”

Pensieri, sì in questo fine settimana si è molto pensato!
Più pensieri che azioni, più tavolate che camminate!
Eravamo 22 (Luciano, Lucilla, Massimo, Caterina, Maria Rosa, Tonino - facente funzioni del Presidente , Cinzia, Marina, Eugenio, Livia Todini, Pino, Livia Steve - la nostra precisissima tesoriera, Ruggero, Alessia, Maurizio, Anna, Orlando, Ornella, Daniela, Nikitas, Stefano e Gaetano) ma di camminatori ...
Numerosi segnali mi dovevano far pensare che questa sarebbe stata un’escursione “particolare”.
Le correzioni copiosissime sul foglietto delle prenotazioni facevano presagire una qual certa “incertezza” nel gruppo.
Ma quando è arrivato finalmente il venerdì … c’è chi parte la mattina, chi all’ora di pranzo, chi subito dopo pranzo, chi dopo la pennichella, chi dopo la merenda, insomma siamo riusciti a “contaminare” tutti i treni che Trenitalia sposta fra Roma e Napoli in una giornata! Vi giuro non sono pochi!

“Ma l’acqua gira e passa e non sa dirmi niente di gente, me, o di quest’aria bassa;
ottusa e indifferente cammina e corre via, lascia una scia e non gliene frega niente.
E cade su me che la prendo e la sento filtrare,
leggera infeltrisce i vestiti e intristisce i giardini,
portandomi odore d’ozono, giocando a danzare,
proietta ricordi sfiniti di vecchi bambini;
colpendo implacabile il tetto di lunghi vagoni,
destando annoiato interesse negli occhi di un gatto,
coprendo col proprio scrosciare lo spacco dei tuoni
che restano appesi un momento nel cielo distratto.”

Il sabato il cielo più che distratto è volubile.
La notte è stata strapazzata da un vento rabbioso e la mattina ci svegliamo con la pioggia. C’è una tregua: si parte, ma già a questo punto qualcuno degli escursionisti decide che il fascino dei soffici e caldi letti è decisamente superiore a quello dei sentieri scivolosi.
Grande sudata per l’erto sentiero che ci conduce al paesino di Serrara e poi, inevitabilmente, l’arrivo nella “civiltà” sguarnisce ancora di più la truppa.
Proseguiamo, ma il cielo si incollerisce e prima dell’inizio del bosco perdiamo ancora qualche pedina. In otto arriviamo sulla cima. Gli otto che non molleranno (al Borghetto, il mio paese natale, mollarsi significa bagnarsi!) fino alla fine.
E’ d’obbligo la citazione: Luciano, Lucilla, Maurizio, Anna, Tonino, Marina, Eugenio, Caterina.

“E l’acqua passa e gira e colora e poi stinge, cos’è che mi respinge e che m’attira?
Acqua come sudore, acqua fetida e chiara, amara, senza gusto né colore.
Ma l’acqua gira e passa e non sa dirmi niente di gente, me, o di quest’aria bassa;
ottusa e indifferente cammina e corre via, lascia una scia e non gliene frega niente.”

Non gli frega niente come a quel tipo che correndo con la sua auto sulle strade/torrenti dell’isola ha inzuppato ben bene Ruggero. Eravamo al sabato sera di ritorno dal ristorante “Da Peppina”.
Il venerdì sera ci siamo cucinati in proprio e così per il giorno dopo abbiamo prenotato questo bel locale, sperduto nella campagna sopra Forio. La lunga camminata dalla fermata dell’autobus al ristorante ci ha “permesso” di navigare a lungo in mezzo all’acqua piovana che scendeva a catinelle. Per le strade nessun tombino e canale di scolo, solo fiumi d’acqua. E, chiaramente, prima di apprestarci ad aspettare in mezzo alla strada il bus del ritorno era d’uopo farsi fare la doccia dall’immancabile pilota imbecille!

“E mormora e urla, sussurra, ti parla, ti schianta,
evapora in nuvole cupe rigonfie di nero
e cade e rimbalza e si muta in persona od in pianta,
diventa di terra, di vento, di sangue e pensiero.
Ma a volte vorresti mangiarla o sentirtici dentro,
un sasso che l’apre, che affonda e sparisce e non sente,
vorresti scavarla, afferrarla, lo senti che è il centro
di questo ingranaggio continuo, confuso e vivente.”

Confusi, siamo stati un po’ confusi in questo fine settimana.
E domenica ci siamo confusi tra la gente d’Ischia e i turisti. Chi in pasticceria, chi al museo, chi al castello, chi sull’autobus a godersi le prodezze verbali di un pastore ciarliero e strampalato: ogni casa una storia, ogni storia un epiteto, ogni parola un eccesso.

“Acque del mondo intorno, di pozzanghere e pianto, di me che canto al limite del giorno,
fra il buio e la paura del tempo e del destino, freddo assassino della notte scura.
Ma l’acqua gira e passa e non sa dirmi niente di gente, me, o di quest’aria bassa;
ottusa e indifferente cammina e corre via lascia una scia e non gliene frega niente.”

La scia dell’aliscafo, mentre torniamo verso Napoli, ci lega all’orizzonte dell’isola di Ischia inondato dal sole. Peccato la pioggia, il freddo e il vento: ahi, ahi Elsa, come ti abbiamo rimpianto!
Ritorniamo come all’andata, sparpagliati, finché magicamente non ci ritroviamo quasi come un sol uomo sul binario 14 della stazione di Napoli centrale.

(La melodia di “Acque” del sommo Poeta mi ha accompagnato per tutto il week end: chissà perché?)


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