Resoconto - I siti archeologici e i musei di Civita Castellana

domenica 1 febbraio 2009

Era l’uno di febbraio. Il sole splendeva, anche se non alto, quando... Quand’ero piccolo e leggevo i libri di Salgari, me li divoravo, perché leggevo solo i pezzi che cominciavano con “quando”; il vizio m’è rimasto; e per evitare che altri lo facciano, se sono io a scrivere, questa parola evito di usarla. Dunque, si preannunciava un bella giornata e al Largo (ma non tanto) della Primavera si sono presentati Laura, Elsa e io, Benedetto e Diana, Luciano “slucillato” con Caterina e Massimo (chissà se obbligato dal fatto che accompagnatore sarebbe stato il fratello Rino), Nadia, poi Tonino... Manca all’appello Alessio (abest!, come dicevano gli scolaretti di Orbilio, il maestro con la verga). Nadia (potenza del cellulare!) lo chiama: “Alessio, allora?” e Alessio: “Qui al Tuscolano è mezz’ora che l’auto non passa” – “Non preoccuparti. Veniamo noi”.

E vanno Nadia e Tonino, che si è presentato con un’auto nuova fiammante: siccome non pioveva, il furbetto non l’ha “bagnata”; e intanto dicono che ormai l’italiano non arriva alla prima settimana... Nadia e Tonino vanno; e noi veloci alla volta di Civita Castellana. Dopo la pausa caffè a Nepi (mura poderose e altere), dove arriva anche il recuperato Alessio, raggiungiamo il parcheggio Roma 3 di Civita, dove c’è Rino.

Rino, per chi non lo conosce, è uno che ti sembra sia capitato lì per caso e gli hanno detto: “Vuoi fare da accompagnatore a ‘sti romani che vengono da Roma?”. Guai fidarsi delle apparenze. E, infatti, Rino sa un sacco di cose di tutto (e di più) e le sciorina, inframezzate di battutacce, con voce alta e sonora, tant’è che Linda (rimasta appartata - muta e solinga, direbbe un poeta - tutta la giornata, soltanto al Museo del Castello se ne esce con un perentorio. “per favore può parlare a voce più bassa, perché... “ ( e accenna ai suoi timpani) . Rino fa ok e per alcuni secondi (ma proprio nani) abbassa un po’ il tono, poi prosegue suo more solito. Dicevo Linda, che al parcheggio era sopraggiunta con Mario, e – per finire – Catharina e Silvia, quella che “peccato gli ntermezzi fra una pausa e l’altra”, e il duo Giuseppe-Patrizia (quai colombe dal disìo portate...).

Ma al Museo del Castello eravamo arrivati alle tre, qnd (!) già avevamo perlustrato la forra (ma “da dentro”, direbbe il solito Giuseppe) del Rio Maggiore, sul percorso della Flaminia rinascimentale, e visitata la valle del tempio di Giunone Curite (“quella della lancia”) con tante emergenze archeologiche che non vi sto a dire, perché non le ricordo. Poi ci siamo fermati un po’ davanti alla Porta “Borgiana” (dal Papa Alessandro VI Borgia, quello che - fra gli altri - aveva messo al mondo Lucrezia la zozzona e Cesare il sanguinario avvelenatore).

Siamo quindi risaliti in città (civitate – civita o cittade – città), dove finalmente abbiam potuto mangiare al Museo della Ceramica, feudo di Rino; ma prima abbiamo dovuto sorbirci un’ora di spiegazioni del feudatario su quanto erano bravi i civitonici (bellissimo!) a lavorare la ceramica, prima ancora che la presuntuosa Roma vagisse (e invece Orazio e Mussolini ci hanno raccontato che “Tu non vedrai nessuna cosa al mondo maggior di Roma!” (i soliti sparoni; e ancora non sapevamo che la Roma a Reggio Calabria avrebbe rosicchiato appena un punto...).

Dopo mangiato sul prato antistante il Museo, cosparso di statue di gesso sbozzate dagli studenti dell’annesso Istituto d’arte, Rino ci ha portato ad attraversare la città medievale e rinascimentale, il Castello col Museo, di cui già detto, e il Duomo: fra le tante cose stupende che abbiamo viste io metterei al primo posto la facciata del Duomo, opera cosmatesca (sec. XIII?), come pure il delizioso pavimento... Fine dell’escursione. E chi non c’era? Peggio per loro.


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