Resoconto - Monte Costasole (Monti Ruffi)

domenica 15 marzo 2009

E ‘nvece - a Costasole - ju sòle non costéa gnente!

Questo resoconto, Marina, praticamente è per te: perché gli altri iscritti, pressoché tutti, domenica erano all’escursione. Sì, eravamo una trentina. E perché? Bah, uscivamo dall’inverno e il tempo si preannunciava bello, l’appuntamento era solo alle 8,30, Nadia aveva ventilato la possibilità di chiudere l’escursione fra le due e le due e mezza con le gambe sotto il tavolo di una trattoria di montagna. Per me, ma credo per tanti altri, era l’occasione di allontanarmi qualche ora dall’aria berluscalemanna che si respira a Roma: a proposito, co’ tutti ‘sti stupri, quanno se voterà, toccherà a loro perdere, no?

Dunque, eravamo tanti, che al secondo appuntamento (uscita Vicovaro-Mandela dell’autostrada) abbiamo quasi invaso mezza corsìa. Qualcuno ha trovato il modo di sbagliare strada anche questa volta che la strada era facile facile; ma, secondo me, questo accade perché tutti hanno il telefonino e perciò pensano: “tanto c’è il telefonino...”. Come succede in queste situazioni, baci quella e baci quello, che era venuto ‘na volta qualche anno fa, e, intanto, ti chiedi: “Ma come si chiamerà?” Mentre una vocina ti fa, subito, alle spalle: “Come si chiama la persona che hai baciato?”...

Dall’autostrada in dieci chilometri si sale A Saracinesco, alto 908 metri con 170 anime, sovrastante la valle dell’Aniene. Davanti Saracinesco si erge il monte che dovevamo conquistare; lo guardiamo mentre il sole lo inonda e pensiamo: “Ecco perché si chiama Monte Costasole”. Per gli amanti delle etimologie, diciamo subito che il monte non si chiama così, perché si paga un pedaggio per il sole che prendi, ma perché è tutta una costa esposta al sole (ju sòle non costéa gnente, Marì!).

Salita dolce e affrontata dolcemente: pensa che abbiamo superato i circa 300 metri di dislivello in più di due ore. Anzi a dirla tutta, in vetta (diciamo così...), insieme a Nadia, la Presidente e, per l’occasione, guida accompagnatrice, siamo arrivati in cinque o sei... E gli altri? Gli altri, arrivati a un poggetto assolato e senza vento, si sono spaparacchiati sull’erba tenera e hanno tirato fuori i soliti panini. Eugenio, che già in precedenza aveva preso il sole a Ovindoli, lassù a Costasole si è arrostito la faccia. Pensate che nelle parti della Valle dell’Aniene si dice “Mejo la faccia roscia (la vergogna del chiedere) che panza moscia”, ma Eugenio ha fatto l’en plein, sfoderando panini imbottiti e cioccolate assortite.

Durante la salita, abbiamo trovato pratarelli di bucaneve e di crochi, dai pistilli giallo-zafferano, un coloro così brillante, che a suo tempo aveva eccitato un fantasioso poeta come Marino (“son le ciglia sue d’oro e di croco”); noi più modestamente abbiamo notato che quei fiori insieme “facevano ilare crocchio”, ma Tonino non ha apprezzato la troppo facile battuta...

La discesa è stata tranquilla, come l’ascesa, poi una ventina si sono fermati alla trattoria di montagna (erano quasi le tre) e quello che hanno gustato solo loro possono dirlo. Io lo posso soltanto immaginare...


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