Resoconto - Gallicano nel Lazio

domenica 10 febbraio 2013

Su e giù per acquedotti

Sono le cinque, all’incirca; e la strada di sotto è quasi silenziosa; umana; rare le auto che scivolano via veloci, timorose di farsi sentire. E voi capite – lo dico ai miei quattro lettori – perché sono contento di essere sveglio a quest’ora…

Mi sono svegliato e avevo ancora nell’orecchio il fruscìo dell’acqua Marcia e dell’Aniene che defluiva per colline, forre, ponti e vallette (no, no – Caterina – quelle di Sanremo!) a estinguere la sete e la voglia di pulizia dei romani del terzo secolo avanti Cristo. E mi disturbava, ancora alle cinque, il turpe eloquio di Berlusconi – riferito dal tg3 – diretto a una compiaciuta dipendente di non so quale azienda (ma ammiccante soprattutto a una divertita platea): se veniva al lavoro, quante volte veniva; e a quanta distanza una volta dall’altra… O tempora, o mores; quousque tandem? Fino a quando, amici miei? Tranquilli, tranquilli: fino al 25 febbraio, ore quindici e dieci, il tempo degli exit-poll. E come posso non riassaporare – per contrasto - i dolci versi di Catullo, il suo leggero, tenero e struggente giocare col sesso in con-loquio con la sua Lesbia; la sua ragazza, ma che ormai è di qualcun altro: “passer, deliciae meae puellae, quicum ludere, quem in sinu tenere… solet” (passerotto, delizia della mia ragazza, con il quale suole giocare e tenerselo in seno); giochi d’amore, che aiutano ad alleviare le tristi pene del cuore (“tristis animi levare curas!”).

Mi è venuto di fare adesso questa sparata amorosa, al pensiero che poi non sarebbe stato opportuno farne durante l’escursione, culminante nel castello di “passera-no”: niente passera e passerotti… Ma solo panini o fette di pane e affettato o frittata, pezzetti di pizza con sfrizzoli (Massimo), albicocche disidratate (Caterina), tè e caffè ancora caldi (Catharina e Lucilla, che offre pure dolcetti senza zucchero, perché se n’è scordata…), cioccolata fondente (ma a me piace ancora “al latte”, come da bambino); e il vino rosso di Luciano, dopo aver tanto parlato di “acque vive delle fonti, vive e pure come il nostro amor” (una vecchia canzone di collegio).

Ma al pranzo siamo arrivati soltanto all’una, dopo oltre tre ore di assolato cammino a partire dal Ponte Amato, sotto Gallicano, dove ci siamo ritrovati in ventuno alle nove e quarantacinque. Il grosso però alle nove si era già ritrovato all’ombra del Largo Primavera, dove Antonietta quasi batteva i denti per il freddo. Ma poi un bel sole caldo ci avrebbe accompagnato e baciato per tutto il percorso.

Dicevo del Ponte Amato: bene proprio sul ponte transitava l’antica Prenestina, un tratto basolato, dove erano qua e là ancora evidenti le tracce del passaggio dei carri e delle bighe. A proposito di ponti, Luciano ci ha spiegato che i ponti degli acquedotti (dell’Antico Aniene e dell’Acqua Marcia) servivano a far superare le scoscesità del terreno, gli strapiombi anche di trenta metri! Ma in altri tratti gli acquedotti scorrevano lisci e piani: e sono i tratti dove adesso si dipana la strada moderna; qui, invece degli schiavi che trasportavano i massi di pietra per costruire palizzate, si incontrano le schiave moderne dei giorni nostri (ma ancora di pelle nera). Qua e là abbiamo incontrato anche accenni di discariche (poltrone sgangherate, latte e lattine, piatti di plastica con residui alimentari). E il ricordo mi va a quei versi dolorosi e sprezzanti del sesto canto del Purgatorio: “Ahi serva Italia, di dolore ostello, / nave sanza nocchiere in gran tempesta, / non donna di province, ma bordello!”. Ma tranquillo, Gualtiero, che il 25 febbraio cambia tutto. Voce dal fondo: “Ma questo c’è venuto; o ce l’hanno mandato?!”. Alla prossima…


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