articolo estate 2026

Una rondine fa primavera


Un mare di pensieri, una montagna di idee – Newsletter estiva n. 6 del 21 agosto 2026


Quando le stagioni erano quattro e ben definite i libri di lettura delle elementari (il mio si intitolava L’albero d’oro) ne scandivano la successione attraverso i diversi aspetti che assumeva la natura e attraverso le diverse attività che si svolgevano in campagna. Era ancora un’Italia profondamente agricola, quella degli anni Sessanta, malgrado il boom e l’inurbamento.
Ecco, il racconto di Giuseppe -che, in realtà, è il racconto fatto a lui da Patrizia – mi ha fatto l’effetto di quelle lontane letture. L’arrivo della primavera nel maso sudtirolese dove vive la piccola Pat è all’insegna dell’uscire all’aperto: si stendono al sole coperte e tappeti, si riapre la fontana nel cortile, si tirano fuori fagiani e gerani, si lucidano le persiane, si apprestano i flessibili rami di salice per il vigneto. E queste attività, ripetute con costanza, e fiducia nell’affidabilità dei ritmi di natura, hanno il loro culmine in un piccolo rito officiato da papà Franz. Un gesto, gratuito per occhi profani, che, in maniera misteriosa, rinnova il legame fra uomo e natura.
Marina M.


Una rondine fa primavera

di Giuseppe Musumeci

Siamo stati alcuni giorni fa a Santo Stefanio di Sessanio, un paese tra l’Aquila e il Gran Sasso, a 1300 metri di altitudine, ospiti di un albergo posto un po’ fuori del paese, un palazzetto del 1600, una volta locanda e stazione di posta per il cambio dei cavalli.
Superato l’arco d’ingresso, adatto al passaggio dei cavalli, si entra nel cortile, ricco di soffitti a volta e di archi che mettono in comunicazione le sue varie parti. I rumori della strada qui sono meno fastidiosi.
Quel giorno l’aria era piena del cinguettio continuo delle piccole rondini, che sfrecciavano sopra di noi dirette ai nidi posti negli angoli, tra i soffitti e le pareti, o semplicemente in alto sui muri.
Il gestore dell’albergo aveva un gran da fare per ripulire il cortile dal guano, ma si capiva quanto fosse affascinato dal loro volo e ammirato dal loro ingegno.
In particolare lo aveva colpito, anche se non riguardava una rondine, il buco nel muro, al quale si accedeva attraverso lo spazio tra il portone di legno e il suo telaio. Una fessura di appena tre centimetri di larghezza, nella quale un uccellino si infilava volando per raggiungere il suo nido, forse disponendo le ali in verticale, o ad ali chiuse!
Parlare delle rondini mi fece venire in mente un episodio che si ripeteva ogni primavera, al paese di Patrizia, Cornaiano, in Alto Adige, quando lei era bambina. Il cortile del maso acquistava allora una nuova vita e si animava di iniziative.
La madre di Patrizia metteva fuori le coperte e i tappeti ad asciugare dopo il lavaggio e la spazzolatura. Le persiane di legno di tutta casa, (erano circa quaranta!), venivano portate all’aperto e lavate, se necessario restaurate e trattate con olio e cera.
Franz, il padre, riapriva la fontana del cortile, chiuso tutto l’inverno per evitare che il gelo facesse scoppiare le tubature.
Le gabbie dei fagiani, di cui faceva collezione, venivano scoperte dai teli di sacco che le avevano protette nella stagione fredda e gli animali tornavano alla luce piena.
Quando andai da loro per la prima volta, nel 2005, ricordo ancora alcuni esemplari in quelle gabbie, tra cui i bellissimi fagiani argentati.
Anche i gerani erano parte dei lavori primaverili: chiusi nel magazzino per l’inverno, venivano rinvasati e portati sul terrazzino antistante la porta di casa e sui balconi del piano superiore; quelli ormai secchi venivano sostituiti da nuove piante. Le piante di geranio erano un obbligo per i balconi delle case e cinquant’anni fa coloravano i paesaggi delle colline. Oggi li trovi più spesso in montagna, dove patiscono meno il caldo.
Nel cortile venivano portati i rami di salice, raccolti a dicembre. Lasciati a bagno durante l’inverno, sarebbero stati utilizzati proprio a marzo per legare le piante di vite.
Un’ultima cerimonia sanciva l’inizio della primavera. Una finestra del magazzino con le sbarre di ferro e dotata di vetro, era stata ben chiusa per tutto l’inverno; quando sentiva che era il momento giusto, Franz toglieva i vetri.
Patrizia non ricorda quando succedeva, se il giorno stesso o dopo una settimana, ma immancabilmente, ogni anno si ripeteva il miracolo, con una specie di accordo silenzioso tra uomo e animale, un accordo che si tramandava, per l’animale, di generazione in generazione.
Si sentiva in lontananza un garrito che si avvicinava sempre più.
Poi, con quel volo aerodinamico ed elegante che contraddistingue la sua specie, una rondine entrava dalla finestra per fare un nuovo nido, passando tra le sbarre con le ali chiuse!


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