Bacheca, Viva la curiosità

Cani, catene; e uomini

Redazione

lbaldini



 Viva la curiosità
di Gualtiero


n. 19 – 15 febbraio 2026


Fin dai tempi di Esopo, nella Grecia del VI secolo avanti Cristo., e ai tempi di Fedro, nella Roma del I secolo dopo Cristo, e poi in tempi più vicini col francese La Fontaine (1621-1695), attraverso le favole si sono rappresentati degli animali che pensavano, che agivano, che facevano del bene e del male, proprio come fanno gli uomini nel loro agire quotidiano, nei loro rapporti con gli altri uomini: insomma, si tratta di favole moraleggianti, che fanno parlare gli animali, perché gli uomini intendano…
Credo che tante favole di Fedro siano conosciute anche a livello popolare: per esempio, non bisogna aver studiato il latino, per conoscere la favola del “lupo e l’agnello” al fosso, nella quale – ve la ricorderete – il lupo che stava di sopra diceva all’agnello che stava di sotto:

“Tu mi stai intorbidando l’acqua “.
“Io? – faceva quel poverello – Mbeh senti sa, ma
io come faccio, che sto di sotto?”.
“Allora, sarà stato tuo padre o tuo nonno o. . . “

Insomma, stava trovando il pretesto per mangiarselo.
Si comportano come il lupo quelli che si sentono padroni: fanno i prepotenti e si mettono sotto i piedi anche l’evidenza. La loro mania è quella di comandare, di avere dei sottoposti, che insomma hanno una bella catena intorno al collo, come tanti cani ai loro ordini. Cani, e cani e cani: ecco che i cani, quando meno se lo aspettano, sono tirati in ballo dagli uomini nei discorsi di tutti i giorni e, allora, se ne sentono di tutti i colori: “Questa è una vita da cani”; oppure: “M’hanno trattato come un cane”; “Fa un freddo cane”; “Cane che abbaia non morde”, per dire di uno che fa solo chiacchiere. E poi dicono che il cane è il migliore amico dell’uomo…

A me, se vi devo dire la verità, tutti quei cani, canoni e canucci, portati a spasso col guinzaglio, tutti quei cani, dicevo, mi mettono tristezza, perché penso che la catena non suggerisce mai a chi ce l’ha al collo pensieri dolci, mansueti, buoni: insomma, “catena non fece mmai cane hbonu”, come recita un proverbio del mio paese.

Ma a dire la verità, a me non piacciono nemmeno quei canucci alla catena, piccoli piccoli e una faccetta sveglia, ai quali la padrona o il padrone, fate voi, gli ha messo l’abituccio coi fiocchetti, un cappellino e le mutandine. No, non mi piacciono, perché mi sembra che, così conciati, quei canucci vengono messi in ridicolo: che ne so, non devono sentirsi un po’ strani, dentro panni non loro? Belli sono quei cani liberi, che corrono per i prati, avanti e indietro e avanti, allorché sono lasciati scorrazzare senza guinzaglio. Sì, penso proprio che la catena non faccia buoni i cani. E, meno che mai, se incatenati, sono più buoni gli uomini.

Ma, per restare più vicini alla nostra esperienza quotidiana di genitori, di insegnanti, di gestori di un negozio: se a un figlio, se a uno scolaro, se a una commessa, neghiamo la possibilità di esprimersi, di essere se stessi, di sentirsi “persone”, ci puoi scommettere che alla prima occasione, se la catena si rompe, ci scorticano vivi! Abbattono il piedistallo sul quale ci eravamo messi e sul quale ci sentivamo al sicuro, distruggono tutte le nostre fragili sicurezze, dentro le quali, peraltro, ci sentivamo come in un castello assediato …

Per le ragioni, semplici e grandi, che ho cercato di esporre, io sono convinto che ci si deve comportare, ci si deve muovere verso gli altri cercando di scansare la voglia, se ci prende, di gettare la catena sul collo degli altri. Se in questa impresa ci riusciamo, avremo qualche incatenato in meno e, forse, un mondo diverso, più vario, fatto di più persone, che si sentono libere, uguali, affratellate. Persone e non dei cani incatenati. Ricordiamocelo: catena non fece mmnai cane bbonu!


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