articolo estate 2026

La strada della cerqua


Un mare di pensieri, una montagna di idee – Newsletter estiva n. 5 del 14 agosto 2026


Gli ottanta anni trascorsi dal plebiscito del 1946 stimolano fra i nostri soci racconti sulla fine della guerra. Ecco, allora, che, dopo Norma, anche Peppe ci narra degli ultimi tragici mesi della guerra, attraverso il racconto che sua mamma, all’epoca ancora bambina, ha fatto a lui.
Sullo sfondo della macrostoria (poche informazioni per collocare temporalmente e geograficamente gli eventi della microstoria, mentre il fronte si sposta lungo la penisola verso nord) scorre la vicenda di una delle tante famiglie romane, che, dopo i primi bombardamenti alleati su San Lorenzo, decide di sfollare nel paesino marchigiano d’origine. Tanti i disagi affrontati da donne e bambini rimasti in paese (l’inverno gelido, l’incertezza, la paura, la penuria di tutto). E la bambina di allora sopporta tutto, fino a quando l’ottusa violenza dei tedeschi in ritirata colpisce creature inermi, intelligenti e spaventate, e la piccola scoppia in un pianto dirotto. E il ricordo vivo di quella violenza rinnova la commozione ogni volta che la bimba, ormai donna e madre, ne ripete il racconto.
Organizzatevi per
ottobre! Capodacqua, dove si svolgono i fatti narrati, ci aspetta, accompagnati da Giuseppe e Patrizia, così legati a quei luoghi.
Marina M.


La strada della cerqua


di Giuseppe Musumeci

19 luglio 1943: le forze alleate bombardano l’area ferroviaria e i quartieri di San Lorenzo, Prenestino, Tuscolano. Piazzale del Verano è oggetto di attacchi mirati da parte degli aerei inglesi, che mitragliano le persone presenti; il 13 agosto ci sarà un altro attacco, e complessivamente furono 51 i bombardamenti su Roma, con migliaia di morti (più di cinquemila).
A via dei Sabelli, angolo via degli Ausoni, una bomba colpiva un palazzo di quattro piani, le finestre delle case di fronte spazzate via. Lì, al secondo piano del civico 163, viveva mia madre, nove anni, con i due fratelli più piccoli e i genitori. Era intorno a mezzogiorno ed erano corsi nei rifugi appena suonato l’allarme.
Tutti eccetto mio nonno, che era andato al Trionfale a trovare un parente. Raccontò che aveva visto il bombardamento e il fumo che saliva, cercando di capire che parte della città fosse stata colpita. Anche lui rimase in ansia fino a sera, fino a quando si ricongiunse con la famiglia.
I bombardamenti continuarono nei giorni successivi: si trattava di decidere cosa fare e la soluzione fu sfollare al paese di origine, Capodacqua, una piccola frazione di Arquata del Tronto, il comune posto, insieme ad Amatrice e a Accumoli, al centro della faglia che ha causato il terremoto del 2016. Anche allora c’era stato un terremoto, nel 1941, ma il rischio era sempre meglio delle bombe.
Andarono ospiti di una sorella di mia nonna Celeste (ma a San Lorenzo era per tutti Celestina).
Fu un inverno tremendo, quello tra il 1943 e il 1944, e in quel paese la neve, dopo Natale, raggiunse il metro e mezzo di altezza. Racconta mia madre che sentiva i lupi arrivare in paese in cerca di cibo: mucche, pecore e cavalli urlavano terrorizzati, sentendone l’odore dall’interno delle stalle ben chiuse.
Prima di continuare la narrazione di mia madre, devo aggiungere alcune note della Grande Storia. Dopo aver sfondato la Linea Gustav, nella primavera del 1944, i generali alleati deviarono le loro forze per prendere Roma, invece di risalire il più velocemente possibile la penisola. Questo diede tempo ai tedeschi di riorganizzare le forze lungo la Linea Gotica, una linea difensiva fortificata che si dispiegava lungo l’Appennino tra Massa-Carrara e Pesaro, la cui costruzione era stata avviata già dal 1943.
Il valico di Forca Canapine (tra Umbria e Marche), a pochi chilometri sopra Capodacqua, fu uno dei punti di passaggio dell’esercito tedesco diretto oltre la Linea Gotica. Le truppe tedesche in ripiegamento verso nord utilizzarono l’area intorno a Capodacqua e la vicina via Salaria come via di fuga, subendo azioni di disturbo e sabotaggio da parte dei partigiani locali.
A giugno 1944, quindi, i tedeschi passarono da Capodacqua, facendo saltare in aria la centrale idroelettrica.
Mia madre racconta che il comandante chiese come mai in paese non ci fossero uomini, e fu loro risposto, da alcune donne presenti, che erano andati in montagna a fare il fieno. La risposta corrispondeva in parte alla realtà, perché la maggior parte del fieno necessario alle bestie in paese d’inverno veniva dai terreni posti molto più in alto, nei pascoli intorno a Forca Canapine di cui avevano la proprietà o l’uso.
Il fieno veniva falciato, lasciato seccare sul posto, avvolto in reti e caricato sulle cavalle o sui muli, e portato nei numerosi fienili del paese. Anche il poco grano coltivato veniva trasportato così, ma con l’uso di pesanti lenzuoli, e non delle reti, per non perdere le preziose spighe.
Il comandante non dava però molto credito a quanto dicevano le donne. Passò comunque oltre con parte della compagnia. “Non ci fecero nulla, si comportarono bene; erano molto spaventati”, mi spiegò mia madre.
In ogni caso, per prudenza, tutti quelli che erano ancora in paese decisero di ritirarsi verso la zona dei castagneti, le pacine, che ancora oggi sono zona di produzione di castagne e marroni di buona qualità. Si trattava di passare alcuni giorni all’addiaccio, in attesa che passassero tutte le truppe.
Uno dei sentieri che portava fuori del paese era noto come la strada della cerqua, per via di una grossa quercia, cerqua in dialetto, che già allora doveva essere secca; era in una posizione da dove si poteva osservare il paese dall’alto, senza essere visti.
Mia madre racconta che videro i soldati tedeschi entrare in paese, passare per le vie requisendo gli animali, i muli soprattutto, utili per il trasporto del materiale bellico e delle provviste. Per procedere verso Forca Canapine occorreva uscire dal paese e dirigersi sulla strada asfaltata, conosciuta come la ‘strada nuova’; la valle che portava direttamente in montagna invece non consentiva il transito a mezzi motorizzati.
Alla curva che divideva i due percorsi, avvenne il fatto che tenne con il fiato sospeso gli abitanti del paese che osservavano dalla cerqua.
I muli si rifiutarono di procedere per la strada nuova; non era quello il percorso che conoscevano e si impuntarono. I soldati, stanchi e spazientiti, li prendevano a calci per farli camminare; i muli cominciarono a ragliare, disperati.
Mia madre, bambina, osservava e piangeva, disperata per il dolore inflitto agli animali.
E ancora qualche anno fa, quando me lo raccontava per l’ennesima volta, si fermava nel racconto e la vedevo commossa.


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