Un mare di pensieri, una montagna di idee – Newsletter estiva n. 3 del 17 luglio 2026
Il carattere è carattere! E Norma riesce ancora una volta a renderci presenti e vivi i faticosi tempi dell’immediato dopoguerra senza che la levità con cui ne parla attenui la drammaticità degli eventi. Qui si parla di caseggiati semidistrutti, di famiglie per strada, di ingegno duttile piegato a inventarsi scarpe e biancheria nella penuria di tutto. È puro neorealismo. Ma un neorealismo di esperienza e non di creazione. Sempre col sorriso di chi ne ha affrontate tante, prima e dopo. E ha avuto ragione di tutte.
P.S.: C’è una nota casa che produce porcellane da tavola, che ha lanciato recentemente “la tavola scomposta”, cioè un apparecchiare che invita a mischiare stoviglie di collezioni diverse, ovviamente moltiplicando gli acquisti. Ma che ne sanno, questi signori, di chi ha dovuto recuperare fra le macerie un piatto sbreccato o un boccale senza manico? Vi viene in mente qualche immagine attuale? Gaza?
Marina M.
Le mutande del morto
di Norma Coccia
La guerra è finita e di questo periodo i ricordi sono più netti e lucidi, non piovono più le bombe, ma c’è tanta miseria.
Chi per sua fortuna ha ancora una casa in piedi si rimbocca le maniche ed inizia le riparazioni. Molte finestre non hanno più vetri, altre non hanno nemmeno gli infissi. I mobili sono tutti rotti con gli specchi in frantumi e le ante sbilenche.
Tra i tanti disperati noi ce la caviamo bene, l’ala del palazzo dove è situato il nostro appartamento è rimasta in piedi, delle cinque colonne di scale esistenti due sono andate completamente distrutte, fortunatamente senza vittime, solo feriti più o meno gravi. Una cosa che ha del miracoloso è avvenuta alla quarta scala, che colpita in pieno da una bomba non ha fatto vittime perché gli abitanti erano andati quasi tutti nel rifugio antiaereo.
La sola famiglia di quattro persone che era in loco si ritrovò in bilico su un quarto del pavimento di una stanza. Rimasero così, immobili, abbracciati stretti fino a che non furono tratti in salvo, riportando solo qualche escoriazione e tanta paura.
Papà riusciva a fare di tutto anche le scarpe con il sughero e le cinture dei pantaloni. Mamma ci cuciva i cappotti con le coperte dell’U.N.R.A. (aiuti americani) che poi tingeva di nero. Sembravamo tutti a lutto stretto, ma il nero era l’unico colore che copriva le scritte delle coperte.
E’ di questo periodo la mia fobia per i piatti sbreccati o scompagni. Non possedevamo un piatto uguale all’altro, alcuni li avevamo recuperati nelle montagnole di terra e macerie che si erano formate nel cortile, i bicchieri erano l’assortimento più strano che si potesse vedere: c’erano robusti bicchieri da osteria, tazze di ceramica, ma possedevamo anche due coppe di cristallo misteriosamente scampate a quell’inferno; tra le posate di alpaca e stagno ce n’erano alcune d’argento con le iniziali di chissà quale casata.
Una sera molto tardi, dopo essere stati a cena dalla zia, ce ne tornavamo a casa passo passo a piedi, tutta la famiglia, le strade erano deserte ma ad un tratto fummo superati a tutta velocità da un camion da dove rotolò fuori un grande involto che fece molto rumore.
Rimanemmo attoniti a guardare quel grosso rotolo in mezzo alla strada. Papà diceva: -forse è un tappeto -; mamma asseriva: – o è una cerata con cui coprono i camion quando piove -. Vilma disse: – c’è un morto ” -. Rimanemmo tutti raggelati da questa affermazione.
Allora papà prese il coraggio a due mani e intimandoci di stare ferme, lui si avviò verso il misterioso involto. Sì, era una cerata, ma da uno spacco prodottosi nella caduta si intravedeva qualcosa di bianco, un sudario forse? Facendosi forza, e con le mani tremanti, estrasse dalla tasca il suo coltellino mille usi e si accinse a tagliare le corde dell’involto. – Elena, Elena! – disse rivolto a mia madre, – vieni a vedere -.
Mamma si avvicinò e, meraviglia delle meraviglie, vide una grande pezza di cotone bianco. Una manna del cielo con la carestia di quei tempi! Con forzata onestà aspettammo un’oretta per vedere se qualcuno tornava a prenderlo.
Vorna, la più ligia di noi, propose di portarlo al commissariato.
– Seee! – disse papà, – così il commissario se lo porta a casa e se lo gode -.
Come vedete anche a quei tempi non si aveva tanta fiducia nell’ordine costituito! Tornammo a casa con quel paccone, eravamo allegri: quella piccola fortuna, tra tante disgrazie, ci riconciliava col mondo.
Eravamo sette persone, mia madre cucì con quella tela mutande e sottovesti per tutti. Naturalmente chiamammo quell’inaspettato corredo “le mutande del morto”.
