articolo estate 2026

Ortona. Estate ‘79


Un mare di pensieri, una montagna di idee – Newsletter estiva n. 3 del 31 luglio 2026


In vacanza – Ortona. Estate ‘79

di Gualtiero Todini

Estate 1979 a Ortona. 
Antoniuccio e Nicola sono, prima di tutto, contadini; con mogli e figlie tutte femmine vivono nella campagna di Ortona, località Torre Mucchia, un po’ stipati nell’angusta casa paterna. A differenza degli altri contadini della zona, tirano avanti, oltre che con il ricavato dell’uva da tavola, con quello che il mare riesce ancora a dare: seppie  (poche assai) e, soprattutto, vongole, di nuovo in auge dopo anni di ostracismo e di guerra ai mitili ignoti.
A pesca di vongole si va con il barcone a motore (chi se li ricorda, invece, i tempi eroici del Vecchio e il Mare) e un enorme rastrello, che raschia senza scrupoli ideologici il fondo marino, strappando e portandosi via tutto; anche le vongole. E proprio un sabato di luglio – quest’anno  a Ortona faccio il commissario alla maturità –  Antoniuccio e Nicola mi propongono di andare l’indomani a raschiar vongole; sveglia alle quattro.
E alle quattro, puntuale, sono pronto. La puntualità è un mio chiodo nevrotico; per Livia invece la puntualità è alienante, come il lavoro. Mi unisco ai due e al padre Rocco, un vecchio lupo agromarino, sempre taciturno. Ci avviamo al porticciolo, dove è ancorato il barcone, a circa un chilometro dalle nostre case. La rastrellata dura quattro ore, fino alle otto: riempiamo sedici sacchette di vongole, ognuna pesa cinquanta chili: fate il conto; otto quintali in tutto; ne avanzano una decina di chili sfusi, che mettiamo in una sacchetta più piccola. Nel silenzio, che fra pescatori, come si sa, è religioso, pregusto il momento in cui con gesto rapido ed eloquente della mano me la indicheranno, la sacchetta, da portarmela a casa. 
Approdato il barcone, carichiamo tutte le sacchette, che portiamo a vendere: tutte, anche quella smezzata, che avevo pensato mi fosse destinata. Mi viene rabbia e comincio seriamente a pensare che, in fondo, sono dei contadini arricchiti con tutte le colpe e i difetti connessi, come i kulachi di leniniana memoria o il nostro Mastro don Gesualdo.
Tornato a casa, sopporto di cattivo umore la sorpresa dei miei (moglie, figli, suoceri), che mi hanno visto tornare con le mani vuote. Mi chiudo in camera a riflettere tutto solo su una possibile vendetta proletaria, che non so ancora come realizzare.
Ma qualche giorno dopo  ho già escogitato il piano. Eccolo. Per arrivare dalla Nazionale Adriatica a Torre Mucchia (casa mia) si passa per una stradina che attraversa la vigna di Antoniuccio e Nicola; sulle viti splendono al sole grappoli di moscato dorato; e Rocco, come si era covato le vongole insacchettate, ora si cova, seduto sulla pietra fuori casa, i grappoli d’oro: se potesse li farebbe più grandi con gli occhi tutti quei grappoli che – una cesta per volta – vengono portati dalla moglie Maria al mercato, primizia venduta a caro prezzo.
Dovrò eludere a tutti i costi la stretta sorveglianza di Rocco, per ‘sfregiare’ i grappoli, strappandone i chicchi più grossi. Non ho scelta: posso agire solo quando Rocco e i suoi familiari dormono, da mezzanotte alle cinque; colpirli nel cuore della notte. Ed è così che sto facendo per diverse notti e ogni volta che le mie dita strappano quei chicchi dorati – c’è la luna piena che mi fa da complice – mi invade una smodata gioia proletaria, mi sento un vero partigiano delle Langhe. Quando porto i chicchi in bocca e con i denti li sfrango, sento come se il capitalismo fosse davvero una tigre di carta, prossimo alla catastrofe. Ma, adesso, un chiodo mi si è fissato in testa: se Rocco, mangiata la foglia, una di queste notti si apposta dietro i filari col fucile caricato a salve, per colpire il ladrone? E così si incrina questa mia granitica lotta di classe; estiva, si capisce.


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