Un mare di pensieri, una montagna di idee – Newsletter estiva n. 4 del 7 agosto 2026
Lacryma Christi bianco e lo sterminator Vesevo
di Marco De Santis
Il vino prende il nome da un mito cristiano ed è tra quelli più citati nella letteratura enologica: Lucifero, cacciato dal Paradiso, ne strappò un lembo trascinandolo con sé negli Inferi, lasciando dietro una voragine da cui nacque il Vesuvio. Cristo addolorato per la perdita di colui che era stato l’angelo più buono, riconoscendo nel Golfo di Napoli quel pezzo di Paradiso rubato, pianse: dalle sue lacrime sono nati i primi vigneti vesuviani.
Prodotto nell’area del Parco Nazionale del Somma-Vesuvio, costituisce un sistema di eccezionale valenza ambientale, paesaggistica e storico-culturale.
Sul Vesuvio, su terreno lavico ricco di minerali e cenere, le vigne crescono insieme con i boschi di castagno, in terrazzamenti eroici che si inerpicano lungo i versanti, fino al limite del bosco di ginestre.
Storicamente, la viticoltura era praticata nei pressi di Torre del Greco fin dal V secolo avanti Cristo, avvolta dai pini marittimi del bosco che guarda sul Golfo, in un contesto piuttosto selvaggio e molto bello a vedersi. Oggi come ieri le eruzioni del vulcano danno una fertilità straordinaria ai terreni e un gusto unico al Lacryma Christi e alle albicocche che crescono negli orti lussureggianti e disordinati.
Vitigni che affondano le radici nel cuore di una terra ribollente; qui l’uva ha un sapore e un profumo inconfondibile, le piante sono tutte a piede franco (*), grazie al suolo vulcanico che impedisce alla fillossera di attecchire. Non è difficile imbattersi in viti centenarie a “pergola vesuviana”.
Nella provincia più ricca dell’Impero Romano, in questa terra che i Romani chiamavano Campania Felix, si produceva la maggior quantità dei vini dell’epoca, e quelli di maggior pregio.
Il Lacryma Christi bianco nasce da uve autoctone come Greco, Falanghina pompeiana e Caprettone. Quest’ultimo é un vitigno unico del territorio vesuviano, il cui nome si deve al fatto che il grappolo assomiglia alla barba di una capra.
Nella versione bianco secco, esprime in modo più immediato la componente fresca e sapida del territorio: profuma di agrumi, ginestra e camomilla, ricorda la salinità e la pietra bagnata. Al palato é godibile e saporito come deve essere un vino di terra vulcanica, che funziona quando serve freschezza e pulizia.
A tavola sposa l’impepata di cozze e il pesce all’acquapazza con i ”piennoli”, i pomodori col pizzo del Vesuvio.
Consiglio una pizza e un bicchiere di Lacryma Christi bianco e di rivolgere lo sguardo in sú: fino allo sterminator Vesevo.
(*) viti non innestate con la vite americana
Note:
L’ultima eruzione avvenne nel marzo del 1944: furono emessi 21 milioni di metri cubi di lava, distrutti numerosi centri abitati e le ceneri giunsero fino in Albania.
Lo scrittore pratese Curzio Malaparte lo menzionò nel suo romanzo del 1949, La pelle: “Quel vino aveva un sapore delicato e vivo, che sfumava in un aroma soavissimo d’erbe selvatiche. Ed io riconobbi in quel sapore e in quell’odore il caldo respiro del Vesuvio, il fiato del vento sui vigneti d’autunno sorgenti dai campi di nera lava e dai monti deserti di cenere grigia, che si estendono intorno a Bosco Treccase, sui fianchi dell’arido vulcano”.
La melanzana
di Pino Farlese
Tra le meglio solanacee, la melanzana è un’altra protagonista della tavola estiva. Il mio ricordo familiare è la domenica con la solita pasta al sugo, ma con al centro della tavola un piatto di melanzane fritte, a fare, come si dice oggi, da golosissimo topping. E come non citare la parmigiana. Strati di melanzane fritte, sugo di pomodoro, mozzarella, basilico e ovviamente parmigiano.
Giallo d’estate
Le melanzane sono ingrediente fondamentale della caponatina e della pasta ‘ncasciata che tanto piacciono a Salvo Montalbano. Ma il detective goloso per eccellenza è Nero Wolfe, il detective di Rex Stout, che Tino Buazzelli ha portato, agli inizi degli anni ‘70, nelle case di milioni d’italiani. (il sito della RAI non funziona granché ma sulla rete si trovano molti materiali). Infine il Commissario per eccellenza, Maigret, col suo Calvados, le uova sode e la blanquette de veau della signora Maigret. (Vai agli sceneggiati radiofonici)
Qualche quotidiano del 3 agosto scorso ha dedicato un trafiletto alla morte, nel cremonese, di un diciannovenne. Non usciva da una discoteca, raccoglieva pomodori, curvo sotto il sole spietato di questa stagione. Quando mettiamo sulle nostre tavole pomodori, zucchine e melanzane, pensiamo anche alle mani che li hanno raccolti.
Il comunicato del Flai Cgil
