articolo estate 2026

Una settimana a San Martino


Un mare di pensieri, una montagna di idee – Newsletter estiva n. 4 del 7 agosto 2026



In vacanza – Una settimana a  San Martino


di Gualtiero Todini

Settembre 1979. Dopo due giorni di pioggia ininterrotta e a dirotto, me ne sto intriso, qui a S. Martino, “come una cosa – mi suggerisce Ungaretti – posata in un angolo, dimenticata”. Per vincere la noia, scrivo.
A San Martino, una stazione climatica di prima classe, come mi è stato assicurato da persone bene informate, sono venuto con Elsa: una vacanza per cercare di rinsaldare un rapporto in crisi; i figli: uno al mare d’Abruzzo, l’altra a casa nostra a Roma, a fare baldoria con i compagni di autonomia, alle spalle di “borghesucci in vacanza”. Anche l’Autonomia ha bisogno di tirare il fiato, fra un attacco e l’altro al cuore dello Stato.
Chissà se ci saranno rimasti angoli ancora liberi da cicche, piatti, scatolette di tonno, registratore, cuffia, scarpe, calzini, qualche rivista proletaria di controinformazione alimentare, sessuale, defecale, agro-culturale, tazzine, bicchieri, apriscatole; in piena autonomia, dal lavoro, dalla famiglia, dall’intero consorzio umano.
Arrivati per sbaglio autostradale qui a San Martino (la destinazione originaria era un paesino indicatoci da amici), siamo andati dritti all’Azienda di Soggiorno, intenzionati a fare sosta qualche giorno:
– Per favore, vorremmo un albergo non troppo caro, ma bello, sulle 15.000 a persona.
– Signori, qui a San Martino non ce ne sono a meno di 18.000 lire.
Rapida occhiata fra me e Elsa: d’accordo? mica tanto, ma se non c’è altra scelta…
Alcune telefonate dell’impiegato, rapide, concise, come usano le persone di quassù. In conclusione: – Andate al Col Bricon, un prezzo di favore da fine stagione, 18.000 lire al giorno, a persona. Rapido, manco fossi una calcolatrice, faccio mentalmente “trentaseimila” e mi sento addosso come una raffica di mitraglia. Intanto si sono fatte quasi le otto di sera, ma soprattutto sono trascorse dieci ore di viaggio con pranzo al sacco (certo per non perdere tempo, ma anche per risparmiare un po’). E la stanchezza adesso si fa sentire. Andiamo perciò senza più indugi al Col Bricon (“colle briccone” – realizzo qualche giorno dopo – forse perché sempre incazzato -nero di nuvole o di fitta nebbia.
L’entrata non promette bene: sulla porta d’ingresso non c’è personale, non ci sono clienti, nessuno, non ci sono fiori, le delicatissime genzianelle azzurrine nei vasi tronchi-scavati (e, invece, commenta un po’ acida Elsa, “gli alberghi incontrati ne erano pieni”). Getto un’occhiata di là dalla porta e vedo sporte di frutta, ceste di patate e insalata, pomodori e fagiolini: quella deve essere la dispensa e noi abbiamo infilato l’ingresso di servizio. Risaliamo sulla kadett, che fa retromarcia a fatica: anche lei risente gli effetti della maratona. Ma girato il palazzo, eccoci finalmente all’ingresso principale: con tanti fiori, gerani e genzianelle, petunie e margheritine, e il viso di Elsa che si illumina. Ci accoglie una signora quasi maestosa dietro il banco della ‘reception’, che ci scruta con occhiali penetranti.
– Siamo i signori di Roma, ecc.. Qui le espressioni “Semo du’ compagni…” te le scordi.
La stanza 25 è piccola, ma linda e c’è un bel bagno, promette tranquillità e anche Elsa forse, come me, spera in un pieno recupero coniugale dopo un’annata di monotona routine, sempre le stesse scene, le stesse litigate, senza entusiasmi, senza slanci, senza un progetto politico, alternativo, di classe. Dalla finestra della camera si distende uno scenario da favola, che ci lascia a bocca aperta: quelle Pale di San Martino sono stupende!
Nella sala-ristorante un silenzio assorto, rotto quasi soltanto dal rumore delle posate, che qualche incauto (non sono il solo, dunque, Elsa cara) sbatte sul piatto. Il solito silenzio dell’incomunicabilità, quando si è in più di uno…
Decido di rompere l’etichetta (di “rompere i coglioni al prossimo”, tradurrebbe Elsa) e dopo un paio di approcci mi lancio con una delle due cameriere, una proletaria di fatto (io so di esserlo soltanto di ‘coscienza’). Mi sento, in quel contesto, suo naturale compagno; ci sta servendo silenziosa e imbronciata: medita la rivoluzione, il sabotaggio e, attraverso l’attacco al turismo, l’attacco al cuore dello Stato? Ma, allora, perché lavora con tanta concentrazione e rimarchevole meticolosità?
La fase mensa fila via liscia e in silenzio, fin quasi alla fine. Io, intanto, consumata la frutta, scruto un tavolino vicino al nostro, pieno di ogni ben di dio (pere, prugne, pesche, uova, torte di mele, di mirtilli e di ricotta); il maître , veramente mezzo mètre, data la statura, ritaglia le fette con maestria sapiente e consumata; le due cameriere portano ai tavoli le porzioni (meglio sarebbe chiamarle le ‘porziuncole’, se San Francesco fosse venerato da queste parti). Elsa e io attendiamo pazienti (noi siamo fatti così: magari un po’ burini, ma innocui come clienti d’albergo, nel senso che cerchiamo di non piantare grane). Però, cristo, ‘sto dolce non arriva mai: se ne sono scordati del tutto; trascorsi altri cinque-sei minuti, attendiamo un po’ meno pazienti, le braccia conserte e, ormai, completamente muti, con un atteggiamento che dice: “noi da qui non ci muoviamo. Finalmente si avvicina la cameriera a noi addetta, incuriosita dal nostro star lì immobili e muti:
– I signori hanno ancora bisogno di qualcosa?
– Il dolce! (e il tono che mi esce è duro contro la mia volontà).
– Ma il dessert, signore, è in alternativa alla frutta: non ha letto il menù?
– No, santo cielo!
Intanto, nella sala deflagrano piatti rotti: la ‘nostra’ cameriera, incautamente distratta (o sabotatrice del turismo?), viene aspramente redarguita dalla padrona con occhiatacce e parole sibilanti. La giovane ancella (mi sovviene l’altra ancella di pariniana memoria, calpestatrice della ‘vergine cuccia’), visibilmente contrita, arrossisce e china il capo; invece di sollevarlo sprezzante.
L’indomani, diventato io amico del personale, per le mie capacità comunicative romanesco-proletarie, vengo a sapere che le due compagne cameriere  sono sorelle, sono studentesse, sono figlie dei padroni e l’estate aiutano i genitori a tirare avanti la baracca: tutta gente schietta e gentile, come la loro terra.


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