estate 2026

L’Irlanda in ordine alfabetico



Un mare di pensieri, una montagna di idee – Newsletter estiva n. 7 del 28 agosto 2026


L’Irlanda in ordine alfabetico

di Marina Marotta

Cari amici di Arcoiris, vi propongo in lettura una sorta di diario del viaggio che abbiamo fatto con un gruppo di amici fra giugno e luglio scorsi. Non un resoconto dettagliato dell’esperienza ma un elenco di episodi, immagini, suggestioni, organizzato alfabeticamente, soggettivo e incompleto. Perciò, dal momento che il nostro Luciano ha immaginato questa rubrica perché rimanessimo in contatto anche durante la sosta estiva e poiché vi so tutti viaggiatori ben più di me, vi invito ad integrare la lista con le “vostre” lettere dell’alfabeto. Utilizzando il modulo Leave your comment alla fine del testo. Ci conto!


A, come Angus, manzi mollemente sdraiati nelle enclosures del Connemara e del Clare, ignari del loro destino di succulenta portata principale nei pub del Paese. E, of course, come Aran, le isole dove non si allevano pecore e non si fanno maglioni. Inishmore all’inizio mi ha deluso; forse nutrivo troppe aspettative di pathos e selvaggeria derivanti dalla canzone della Mannoia e dal prezioso film, che vi consiglio caldamente, Gli spiriti dell’isola. Ma, ora che lo riguardo nelle foto, quel preistorico forte di Dùn Aengus, sospeso sull’oceano tempestoso e destinato più a cerimonie religiose che a difesa militare, emana un fascino incredibile.

La B mi ha ispirato molto. B, come “Bella, ma non ci vivrei”. Solo sei ore di buio in estate, e va bene. Solo sei ore di luce in inverno: non ce la posso fare. Come Marco Presta anche dentro di me una voce ha gridato “Barbari!” quando ho assaggiato il loro espresso o quando ho visto la nonchalance con cui il tuttofare del ristorante dell’hotel di Dublino (niente meno che la ristrutturazione della Connolly Station), con la stessa scopa con cui stava spazzando il pavimento ha tirato via le molliche dal divanetto. Dal caffè alle pietanze: B come back bacon, dissimile dal bacon americano. Piuttosto una lonza di prosciutto, deliziosa quando avvolge una coscia di pollo al forno con purè e verdure! Ma B anche come Bunratty Castle. Interessante il castello. E, con mia sorpresa, anche il villaggio ottocentesco ricostruito, che temevo fosse una sorta di luna-park kitch, mi ha divertito molto. E fatto riflettere sull’alto e basso che è sempre esistito: la confortevole casa borghese del medico del paese e l’unico ambiente che ospitava uomini e bestie, al tepore micidiale della torba. B, ancora, come Bono Vox ma anche come Bona Vox, insegna spiritosa di una specie di amplifon locale, vista a Parnell Street, nel quartiere multietnico di Dublino, pieno di supermercati orientali. E soprattutto B come birra, argomento che abbiamo sperimentalmente approfondito. A scopo, beninteso, di mera conoscenza. Ora sappiamo tutto sulla famiglia Guinness, sulle pale ale, sulle red e sulle stout. Slàinte! Salute!

C, come Connemara. Ho comprato un cappello di lana quasi solo per la targhetta “Made in Connemara”, per la suggestione del nome di questa terra, di cui Oscar Wilde (vedi alla W) evocava con fondamento la “bellezza selvaggia”. E C come Celtic steps, naturalmente, nome della giovanissima compagnia di danze gaeliche che ci ha deliziati in quel teatrino da recite scolastiche di fine anno.

D, come Dublino, inevitabilmente. Sporchetta come tutte le capitali, soprattutto se città portuali. Multietnica. Tollerante, come ci dimostrano i manifestanti del Gay Parade che sciamano coloratissimi a parata finita, proprio il giorno del nostro arrivo. Medievale, georgiana e futuribile. Ubriachi, senzatetto, travellers coi gonnelloni ci creano un attimo di imbarazzo. I protagonisti del rock irlandese (pochi i viventi) si rincorrono sugli schermi del Wall of fame. L’austero Trinity College. Il chiassoso e ormai fasullo Temple bar. Un po’ di brace sotto la cenere, come suggerisce la scritta IRA 32, tracciata su un muro e su cui attira la nostra attenzione Max, scritta che allude alle sei contee dell’Irlanda del Nord, di cui il graffitaro auspica la riunificazione alle altre ventisei. Due cattedrali, ed entrambe protestanti, in una terra dove gli anglicani sono solo il 4% della popolazione. Un vivace frullato di contrasti di ogni tipo. D, anche come Dromoland Castle. No, non abbiamo alloggiato nel cinque stelle con campo da golf. Ma un cancelletto (dalla bizzosa tastiera a codice) ci consentiva di accedere dal nostro hotel (a mia insaputa – l’ho poi scoperto da Wikipedia – eravamo in un posto che si chiama Newmarket on Fergus) al magnifico parco con lago al centro del campo da golf. Erano le dieci di sera ed era ancora giorno. Attratti dai daini Silvestro ed io ci siamo staccati dal gruppo: abituati alla presenza umana, fuggivano nel boschetto ma non più di tanto; ne abbiamo contati una decina. Abbiamo costeggiato il lago da destra e poi da sinistra fino all’hotel: due chiacchiere con una coppia di americani (lui di lontane origini da Castellammare del Golfo), un giro sull’altissima altalena (come resistere?) sospesa ad un cedro commovente per la sua bellezza, e intanto stava facendosi buio e il posto diventava sempre più fatato. Ma ci sono i lampioni e, allora, perché affrettarsi? Rapida una volpe ci attraversa il sentiero. Incontriamo un’altra coppia. Siamo al cancelletto. Ma l’infida tastiera non reagisce. Proviamo più volte, sono certa del codice, proviamo anche ad infilare la mano fra le sbarre per usare la tastiera interna. Di scavalcare non se ne parla, ci saranno le telecamere. Siamo costretti a chiamare San Riccardo, che, per fortuna, non dorme ancora (quanto gli danno da fa’ ‘sti tatuaggi!). Ma nemmeno lui riesce (il codice era giusto!). Deve intervenire il portiere di notte, col suo tocco magico. “Come hai fatto?”. Risponde con una risata: “I’m Egyptian!”

E, la salto. Ma chi vuole può contribuire ad integrare l’elenco con un proprio ricordo.

F come fucsie, così rigogliose da sostituire i muretti a secco per delimitare le proprietà. Terreno acido e torba, assieme al clima fresco e umido, sono l’ideale per questa pianta rustica che abbiamo tanto ammirato nel Connemara e nella penisola di Dingle. Ma di fiori sono pieni i davanzali delle villette (in realtà, fattorie) sparse per la campagna e ne è piena Dublino: verbene e petunie coloratissime fin sui lampioni stradali, a contrastare quel cielo permanentemente grigio, “enorme cappello di pioggia”, come lo canta la Fiorella nazionale (vero, Toni’?). F anche come film del cinema irlandese o a soggetto irlandese, che l’enciclopedico Max ci elenca ed i cui titoli Daniela gentilmente trascrive per noi: abbiamo i compiti per casa! F, come Foxi Friars. Max dimentica di indicarceli ma mi incuriosiscono e approfondisco per mio conto poi in albergo. Ritratti sulle piastrelle del pavimento della ChristChurch di Dublino sono un elemento decorativo medievale, ripetuto nel rifacimento ottocentesco: volpi antropomorfe in veste da pellegrino, con bastone e mantellina. Ma F anche come Great Famine, la Grande Carestia che uccise un milione di irlandesi e altrettanti costrinse all’emigrazione. Nella mattinata libera dell’ultimo giorno a Dublino ho voluto tornare a vedere da vicino il gruppo scultoreo dedicato alle vittime dal riconoscente governo canadese: quei corpi allungati, quegli occhi vuoti, la “mappatella” stretta al petto mentre si avviavano alle coffin ships, il modo stesso di trattare scabramente il bronzo da parte dello scultore non si dimenticano facilmente. E la storia, purtroppo, si ripete anche oggi, ovunque nel mondo. Con nostra vergogna.

G, come Galway, piena di negozietti per turisti ma ricca di un passato significativo. In centro il pub vivacissimo, aggiudicatosi nel 1649 (ma l’edificio ha 800 anni) dal boia di Carlo I e tuttora aperto. Sulla collina, che raggiungiamo percorrendo il lungofiume (in acqua, vecchie trappole per i salmoni), la moderna cattedrale sovvenzionata da John Kennedy, ospite della città solo pochi mesi prima del suo assassinio.

H, come hotel. Diciamo che l’esperienza non è stata delle più felici. Qualcuno ci ha deluso per la colazione, qualcun altro per l’igiene non proprio curatissima, qualcuno per l’indomabile aria condizionata, un po’ tutti per l’essere fuori dai centri urbani (tranne a Dublino) ed averci tolto il piacere della passeggiata serale.

I, come Italiani. In Irlanda ce ne sono parecchi, cominciando dal nostro Max (vedi alla Q). Tanti studenti Erasmus nei pressi del Trinity College. I camerieri dei pub dove pranziamo, come la bionda Gloria a Kilkenny, forse lì soltanto per la stagione estiva, o il bruno Francesco, che il bisogno di lavoro ha spinto da Napoli fino a quelle brumose contrade. Ma quella che mi è piaciuta di più è la deliziosa fanciulla veronese in abito d’epoca, che ci ha raccontato in modo leggero e gradevole la storia antica e recente del maniero di Bunratty.

J, come il nostro autista John, che, richiesto da Max, non si sottrae a spericolate manovre a marcia indietro sulla Wild Atlantic Way (una statale 18 riveduta e corretta) per consentirci panorami imperdibili ma in fondo identici ad altri meno perigliosi.

K. Diciamo Kilkenny. Cui aggiungere JFK e la sua spregiudicata famiglia di immigrati irlandesi. E basta così.

L, come Liffey, il fiume che attraversa Dublino. Grazie a Max ora sappiamo tanto delle sue maree, dei suoi molti ponti (dal pedonale Half Penny Bridge a quello di Calatrava a forma di arpa celtica) e dei bastimenti che partivano “pe’ terre assaj luntane” col loro carico di emigranti.

M. Come Mario. Quando stai per fare una foto che credi speciale e ti senti quasi un Cartier-Bresson, ecco che Mario ti entra nell’inquadratura. Ho foto con Mario in Israele. E in Turchia. Ma, se vuoi davvero fare una foto speciale, mettiti alle sue spalle e copia le sue inquadrature. E poi, è grazie a questo simpatico impunito, che interpreta i divieti come inviti, se abbiamo tre nitidissimi video dei balli gaelici visti nel Kerry. Perciò, grazie, Mario!

N. Decisamente non mi viene in mente nulla per la N. Qualcuno vuole aiutarmi?

O, come le ortensie monumentali, che hanno rinnovato lo stupore suscitato dalle fucsie. E che con le fucsie condividono le esigenze di umidità e acidità (relativa) del substrato.

P, come Portoncini colorati, che rallegrano le facciate anche più scialbe, nella capitale così come nelle contee che attraversiamo. Tutti nuovi. In questa terra non manca il lavoro per i fabbricanti di porte! Non dimentico il dolmen di Poulnabrone, nel Burren. Isolato su una piattaforma carsica, vecchio di 5.800 anni, ci racconta come la sacralità della morte giustificasse per uomini del neolitico una tale fatica. Apprezzo l’assenza di bar, negozi di souvenirs, finanche bagni, che distoglierebbero dalla solennità del sito. Naturalmente, ci spiega Max, le agenzie turistiche tendono a non inserirlo nei loro percorsi: vallo a spiegare ai turisti americani il senso di venire fin qui!

Q. Come “ma quante ne sa il nostro Max?”. Parte nopeo e parte livornese, nonché americano e cittadino del mondo, ha “sposato” da ventun’anni l’Irlanda. Quando parla dell’Italia dice “da voi in Italia”. Quando parla dell’Irlanda dice “noi qui in Irlanda”. Ma gli vogliamo bene lo stesso.

R. come Rosanna. Quando deve salire le scale a chiocciola della Torre di O’ Brien alle Cliffs of Moher blocca i turisti in discesa al grido “I don’t understand” sparato in faccia all’hostess, allibita, che tenta di fermarla. Quando deve scendere le scale altrettanto a chiocciola del Castello di Bunratty non ce n’è per nessuno e le matrone statunitensi devono fare marcia indietro. Fa (motivatamente) il diavolo a quattro per la stanza dell’albergo, opprimente e senz’aria condizionata. Rimanda indietro il prosciutto e melone perché non le piace il melone bianco, ma, a onor del vero, lo aveva preannunciato. Se non esistesse, bisognerebbe inventarla.

S, come Spire, l’affusolato cono di metallo che con azzardo lessicale è definita la “scultura” più alta del mondo e con la quale l’Irlanda ha celebrato il balzo economico, che, con altra iperbole, è stato chiamato “Tigre celtica”. Più di questo banale simbolo fallico a me è piaciuto il vicino “Portale”, divertente installazione che consente l’incontro visuale con i passanti di altre città del mondo. Sotto l’occhio vigile di un bronzeo James Joyce. Se siamo lontani siamo in grado di guardarci con simpatia. E perché quando siamo vicini ci guardiamo in cagnesco? 

T, come la Tigre celtica di cui sopra. Oggi la Tigre graffia di meno ma tutto il recente quartiere finanziario sulla foce del Liffey, l’IFSC, prossimo al nostro albergo, testimonia, fra scintillanti sedi di banche e di giganti della tecnologia, il miracolo economico, costruito attraverso l’entrata nella UE (all’epoca CEE) e nella zona euro, le agevolazioni fiscali per le società straniere, l’investimento nella creazione di una forza lavoro qualificata. T, anche come Travelgum. Nella tormentata traversata per e da Inishmore ha il suo significato! Non posso non citare la T di Temperature. Lasciamo Roma con 38 gradi e arriviamo in una Dublino sui 20. The address, il nostro albergo di Dublino, ci accoglie con una sconcertante schizofrenia termica: enorme termosifone di ghisa acceso nella hall; un’indomabile aria condizionata inchiodata a 18 gradi in stanza (almeno, nella nostra). Per tacer dell’aria condizionata del pullman, altrettanto immodificabile. E poi dice: “mi è venuto mal di gola! ”Soprassiederò alla T di tecnologia maligna. Quello è un problema mio. Dal lettore della carta di identità a Fiumicino al telecomando della tivvù per trovare la pw del wi-fi (ma si può?). Ammiro Daniela e Rosanna che al ritorno hanno fatto il check-in da sole: io non ci riuscirò mai!

U. Ahó, ci ho pensato e ripensato, la U non mi suggerisce niente!

V. Come verde. Sì, possiamo testimoniarlo, non è un pettegolezzo: l’Irlanda è verde, molto verde. E ne abbiamo goduto tutte le sfumature, dal Phoenix Park, dove si raccolsero un milione di persone attorno a Giovanni Paolo II, al parco del castello di Kilkenny, la cui erba sembra moquette e ti invita a sdraiarti, nell’unico giorno di sole del nostro viaggio. Se solo non dovessimo correre al pullman che ci riporta a Dublino … Il rosso irrita la retina, il verde la rilassa. L’Isola di smeraldo ti dà la forza dei nervi distesi.

W, come Oscar Wilde che, da vero dandy, in elegante giacca da camera, ci guarda sornione, semisdraiato davanti all’elegante casa natale, in stile georgiano, a Merrion Square.

Lascio che i miei venticinque (boom!) lettori diano un senso alla X e alla Z.


Marina M.


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