un popolo di poeti, artisti, camminatori

Vento d’estate

Redazione

lbaldini



Un popolo di poeti, artisti e camminatori


#7 agosto 2025# n. 3

“Vento d’estate/Io vado al mare, voi che fate?”, chiede Max Gazzè. Noi – rispondiamo – proseguiamo gli incontri con la poesia di Norma. La poesia che segue è stata premiata nel 2008 al concorso nazionale “Sinfonia dialettale” – indetto, come tutti gli anni, compreso l’attuale, dall’Associazione culturale “Il Faro” – e pubblicata nell’antologia curata dalla medesima Associazione. I versi, in dialetto romanesco, sono dedicati al venticello, a noi ben noto, che arreca rinfrescante sollievo agli estivi pomeriggi romani. Per definirlo con le parole di Mario Soldati, “quella brezza di mare detta «ponentino» che anche nelle più torride giornate estive non manca mai di levarsi verso le due del pomeriggio e di spirare attraverso la città”. Diversamente che nella canzone di Trovajoli, quello di Norma, piuttosto che malandrino, è un ponentino che suscita nostalgie. La situazione è di struggente semplicità: una donna anziana, dalle membra affaticate e i capelli candidi, carezzati dal sole, siede fra le piante del giardino; arriva il ponentino, che le porta le note delle canzoni che ascoltava da ragazza, quando correva snella verso la vita; spunta una lacrima di commozione, e il ponentino la porta via con sé. E anche qui, come nella poesia Mare, presentata la scorsa settimana, la natura accoglie, e raccoglie, sentimenti e sensazioni: lì col dondolio avvolgente e smemorante delle onde, qui con la delicatezza del vento, che, partecipe, non lascia che quella goccia scintillante vada perduta, portandola con sé. Si potrebbe commentare con termine abusato: l’empatia della natura! Il trio citato nei versi è un gruppo musicale romano, chiamato, appunto, Ponentino Trio.
Marina M.


Ponentino
di Norma Coccia

Quanno che m’ariposo l’ossa stanche
me metto tra li vasi, ner giardino
er sole gioca tra i capelli bianchi
leggero, mò se arza er ponentino.
Sento le voci de ‘n certo trio
che m’ariportano ar tempo lontano
quanno che ancora piena dè brio
corevo snella, volevo annà lontano.
Quanta tranquillità, quanta dorcezza
ne stà musica ‘n po’ allegra, ‘n po’ accorata
ce vedo Roma e la sua bellezza!
Nà lacrima me spunta tra le cija:
pare ‘n diamante … lenta se scioje
er ponentino passa, e la raccoje!.


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