È tardi, piove e c’è un traffico da Roma quando piove. Chiamiamo Massi per dirgli che ci siamo, che Anthony può contare su di noi, una alla linea e due al lavaggio. Quando poi arriviamo, in tempo per fortuna, la linea è tutta occupata da un gruppo di ragazzi che fanno parte di una associazione che li aiuta ad inserirsi nel mondo che però alle sei e mezza se ne andranno.
Quindi non c’è molto da fare, così mi metto in sala.
Mi piace stare in sala, mi dà sensazioni forti.
Guardo quelli che conosco e quelli nuovi, cerco di esserci senza essere invadente, riempio brocche (le mitiche brocche!) a non finire perché si sa, l’acqua calda e stantia non piace a nessuno, soprattutto a Roma, regina aquarum.
Scambio battute, aiuto chi ha bisogno di una mano, ascolto storie, come quella del ragazzo, artista di strada con i ferri del mestiere rotti visto che l’asta che lo sostiene quando è sospeso nel vuoto vestito da uomo tutto d’oro è nelle sue mani in pezzi . Mi racconta in un italiano misto a bulgaro pressoché indecifrabile il sogno di una scrittura importante dove addirittura si parla anche di aereo privato.
Penso sia pazzo ma i suoi occhi sono così fiduciosi che vogli crederci anche io.
Poi mi chiama un vecchino che mi dice “guarda questa carne, secondo te è giusto?”
È dura e cerca di infilarla con una forchetta ma è un tentativo assolutamente inutile. Eppure è una cotoletta impanata, di quelle surgelate, forse di pollo.
Non so per quale motivo ma è realmente dura.
Ascolto le sue lamentele, ha i denti deboli come buona parte delle persone che sono qui, ha il diabete, deve prendere una pillola tagliandola a metà ma col coltello di plastica è un’impresa titanica. Si lamenta, non sbraita, non urla, anzi dice che il budino (n.b. era purè) era buonissimo ma la carne no, la carne è troppo dura, non ce la fa proprio a mandarla giù. E come si fa e come è possibile, e io che faccio.
La ragazza di fronte allora gli dice “ma che, dobbiamo essere grati per quello che ci danno, è vero che questa carne è immangiabile, ma noi dobbiamo solo ringraziare”.
Decido di andare alla linea dove adesso che i ragazzi se ne sono andati troneggiano due volontarie divecchio corso che io non amo molto.
Si mettono sempre una ai primi e una ai secondi, non vogliono nessuno con loro, e svolgono il loro lavoro di volontarie con rigore ed assoluta intransigenza, perché si sa, il cibo è spesso poco, deve bastare a tutti, non possiamo fare preferenze etc, etc, etc.
Per carità da un punto di vista logico hanno ragione, ma svolgono il loro volontariato senza un filo di empatia e simpatia, capaci di commenti del tipo “se non ti piace quello che c’è puoi andare al ristorante “o “di che ti lamenti, dovresti solo ringraziare”.
Chiedo un pezzettino (davvero minuscolo) di pollo morbido per il vecchietto e mi becco un secco no.
Fortuna che alla frutta c’è Linda che mi allunga un paio di prugne morbide.
Mentre le porto all’ospite mi faccio una domanda, che è la stessa che mi faccio da quando ho iniziato a fare la volontaria alla Caritas. Perché lo faccio? Non è banale o scontata la risposta.
Io non lo faccio per me, per sentirmi utile, importante o potente o perché non ho altro da fare…e allora perché???
Sto ancora cercando una risposta.
Per ora so solo che quando sono alla Caritas mi sento una tra tanti, senz’altro più fortunata, ma una tra tanti.
Marzia

Grazie Marzia, ti sento vicina
Mi ha colpito la semplicità con cui hai descritto la giornata, e la domanda è meglio lasciarla aperta… e continua a fartela.
È la maniera migliore per non essere come le due volontarie intransigenti di cui parli.