Viva la curiosità
di Gualtiero
n. 22 – 12 giugno 2026
“Chi pocu parla, minu pena pate”. È un endecasillabo perfetto, bellissimo per la sua agilità linguistica e per la sua martellante cadenza metrica, che ricorda tanti endecasillabi danteschi (“mentre che il vento come fa si tace”, “ed ecco verso noi venir per nave”, “e sé continuando al primo detto”, ecc.). Un proverbio di cui invece non mi piace il significato, per l’insegnamento che contiene. “Chi poco parla, patisce meno sofferenza (pena)” a me non piace, perché spesso è un invito a non esprimere le proprie ragioni.
Però, poi, non bisogna assolutizzare; l’estremismo, secondo me, non è mai la soluzione migliore: quante volte per tanti di noi, in quella data occasione, sarebbe stato meglio tacere?
Un ricordo personale. Castel Madama, biennio di fame 1946-47: il veterinario del paese, d’accordo con la moglie, una signora generosa e cortese, era solito invitare la domenica a pranzo alternativamente me e Angelo, mio fratello, tenuto conto delle difficili condizioni economiche in cui viveva la nostra famiglia con tutte quelle bocche da sfamare: ben sette figli. Ma una domenica, che a casa mia c’erano eccezionalmente le fettuccine, io, invitato di turno, a casa del veterinario trovai che il menù del pranzo si apriva col brodo. Non pensandoci sù due volte, dissi che preferivo le fettuccine e me ne tornai a casa, dove mia madre “mi menò co’ la cucchiara”…
Anche Dante, già citato (oggi il Sommo Poeta mi possiede…) dice che a volte “un bel tacer tutta la vita onora”: ma bisognerebbe sapere quali sono queste “volte”. I nostri avi facevano del silenzio l’arma di difesa più sicura e a noi ragazzi ripetevano spesso: “fatte lo teju”, non intervenire, non ti mischiare, le tue idee tientele per te; e così via. A riflettere bene, questi inviti a non esporsi valevano soprattutto quando c’era un padrone che comandava e tanti che dovevano obbedire: per esempio ai tempi del feudalesimo e, più recentemente, sotto il Fascismo, quando c’era il rischio delle ritorsioni, delle vendette, delle liste di proscrizione. Ecco, fare liste di proscrizione è stato spesso lo sport preferito dei vincitori: dai tempi dell’antica Roma di Silla ai tempi dell’epurazione degli ebrei nei secoli scorsi, fino ai tempi di Mussolini.
Ma, per scendere a temi un po’ meno gravi, mi sovviene un altro ricordo familiare: nei primi anni cinquanta con i miei fratelli Angelo, Enrico, Lina, ancora scapoli, intavolavo – all’ora dei pasti – infuocate discussioni, che spesso finivano a male parole. Ebbene, mio padre un bel giorno ci proibì di parlare quando ci sedevamo per mangiare; io, allora, col pennarello su un pezzo di cartone, che appesi in cucina prima di cena, espressi una sola parola, ma a caratteri cubitali: “SILENTIUM”. Papà Tito, pur non avendo studiato latino, afferrò subito il senso protestatario del gesto, ci guardò in faccia con sguardo interrogativo; io, che ero alla sua destra, abbassai colpevolmente la fronte e lui mi appioppò uno di quei manrovesci, che non ti scordi per un pezzo: ecco una buona occasione persa di non fiatare, de famme lo meju: già, chi pocu parla…
Ma perché tanti nostri padri erano così parchi di parole, così rudi, così poco propensi a manifestare i loro pensieri, i loro sentimenti? Una risposta, secondo me, può essere questa: nella nostra cultura paesana, che è cultura contadina stratificatasi in secoli di medio-evo, di rapporti sociali feudali/subalterni, marcati da un duro lavoro che mozza il fiato e le parole, non meraviglia che l’uomo taciturno era un modello da imitare: è un buon esempio chi controlla i propri gesti, chi governa i figli e le sue donne con uno sguardo (“ce guardea e ce bastea”). I bambini, in quella società, dovevano imitare i grandi (naturalmente maschi) anche in questo misurar le parole, che “una è poca e doa so’ troppe”. E, da bambini, quante volte ci siamo sentiti offesi profondamente dall’ordine di stare zitti? “Tu à da parlane candu piscianu le caine”, ci dicevano i grandi con tono perentorio e sprezzante, che non ammetteva repliche. Così era ieri…

Gualtie’, è sempre un piacere immenso leggerti! Grazie anche stavolta!