newsletter: Viva la curiosita

Quinta puntata – Via da Frascati (quell’otto settembre 1943)


numero 14 – Newsletter dell’Associazione Arcoiristrekk – aprile 2021


Da Roma qualche volta arrivava mio nonno Enrico, il papà di mamma, un sarto provetto che, come si raccontava in famiglia, aveva confezionato il vestito bianco del Duce, a cavallo per l’occasione, quando fu proclamato l’Impero. Non so se la notizia fosse vera, per certo so che mio nonno, quando un po’ brillo per il buon vino di Frascati, sotto braccio a mio padre, lo accompagnavamo alla stazione dove la “Littorina” lo avrebbe riportato a Roma, a me e ad Angelo, i nipoti frascatani più piccoli, regalava VNA lira ciascuno. Io ero certamente molto contento (una lira!), ma mi incuriosiva quella u a forma di V stampata sulla cartamoneta e ne chiedevo spiegazioni a mia madre: “vedi Gatto – mi diceva – è come la scrivevano gli antichi Romani”. Ma perché mi chiamava Gatto? Una volta glielo chiesi e mi disse: “Gualtiero, se lo trasformi in Gattero, come ti chiamano i tuoi amichetti, è facile pensare al gatto; tanto più che il gatto è sornione e cammina a passo felpato, come te. Vabbè che mia madre era maestra, ma le parole che usava, sornione e felpato, io non le conoscevo, non le avevo mai sentite prima. Però, una volta conosciute, non le ho più risparmiate; come la parola “lussureggiante”, che dalla terza elementare cercavo di infilarla nei temi.

La terza elementare la frequentavo nel 1942 e avevo cambiato maestra: questa non mi bacchettava più, come faceva mia madre, perché fossi di ammonimento all’intera classe. Ero anzi il suo cocchetto e il giorno dello stipendio mi portava con lei in banca e – en passant (inglese non lo so, ma un po’ di francese sì) – mi comprava un pezzo di castagnaccio dal fornaio. A quei tempi il castagnaccio era un dolce ordinario, popolare, alla portata di tutte le famiglie, un dolce di guerra che non comprometteva gli scarni bilanci: farina di castagne e zucchero (poco però).

Intanto, da figlio della Lupa ero diventato balilla con una divisa più da grande e pronto ormai a diventare moschettiere (mamma mia! libro e moschetto, fascista perfetto!). Il sabato, detto “fascista”, ci radunavamo, fieri e orgogliosi nella nostra divisa; e inneggiavamo al Duce e alla grandezza dell’Italia, la nostra Nazione…

Invece, moschettiere non lo sono mai diventato, perché quell’otto settembre del 1943, il giorno dell’armistizio, le fortezze volanti americane bombardarono il comando tedesco, di stanza a Frascati, come ho detto. Morirono le persone a centinaia e centinaia. Prima che le bombe cadessero sopra di noi, suonarono furenti le sirene e mia sorella Franca che mi sorvegliava – ero a letto con la febbre – mi avvolse in tutta fretta in una coperta e, io in braccio a lei, scendemmo veloci al rifugio; di quegli attimi mi tornano in testa quei botti tremendi e, al ricordo percepito (?), vedo le pareti del corridoio che si allargavano e si stringevano sotto l’urto di quei botti. Sulla soglia del rifugio, Franca mi affidò a qualcuno, cadendo, lei, a terra svenuta.

Frascati dopo il bombardamento

Nel rifugio le bombe si sentivano esplodere come ovattate e noi pensavamo: “Meno male, lontane dalla nostra via Gregoriana”. Invece, quando riuscimmo a riveder… le stalle al pian terreno dell’edificio di fronte a casa, le vedemmo squarciate, e squarciata la pancia di un solo cavallo; gli altri due dove erano fuggiti?

A sera, la famiglia riunita, ma non completa (chi stava a Roma per lavoro e chi altrove già in vacanza, presso parenti), con un furgone di fortuna raggiungemmo Roma, dove ci accolsero grida, canti e suoni d’organetto: “E’ scoppiata la pace! La pace!”. E, invece, doveva arrivare il peggio…

Di quell’evento cruento e, insieme, agghiacciante, mio fratello Vittorio, appena diciassettenne, ritrasse un quadro sconvolgente di dolorosa poesia:

Lugubre e lungo l’urlo / della sirena

insegue le belve / saziate,

rombanti / alla Morte

nel cielo sereno…

(…)

La cieca bocca / del ricovero

restituisce alla luce / facce sparute:

negli occhi il terrore

d’un incubo / tormento

delle trepide veglie / e dei sonni agitati.

Le case inorridiscono / sventrate

mutilate. / Le pareti squarciate

rivelano / i segreti

di una vita per sempre / stroncata.

E questo rifugio / forse

domani / ci seppellirà.

Gualtiero T.

1 Comments

  1. Grazie Gualtiero, conosco tante delle tue storie e delle tue esperienze, ma questa mi mancava. La poesia di tuo fratello, poi, ricorda Quasimodo

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