Resoconti

Nella Valle dell’Inferno

Redazione

lbaldini

Domenica 16 dicembre 2018 – “Brutti sporchi e cattivi … le Fornaci di Roma”

Per l’indisponibilità, pur giustificata, di Cate e Rossella e in assenza di volontari, ‘sto resoconto me l’hanno appioppato ancora a me. Quindi, abbiate pazienza!

Dopo i baci e abbracci con i convenuti alla fermata Cipro della metro A (ben 23 malgrado la temperatura polare) e dopo l’imprescindibile rito della seconda colazione, cui certo non mi sottraggo da quando ho scoperto i cornetti cosiddetti vegani (veramente, non mi ci sottraevo nemmeno prima!), con Francesca, la nostra odierna guida, nativa dei luoghi, cominciamo ad ascendere la collina della Balduina. Risaliamo per Via Marziale, ci fermiamo brevemente a Piazza Giovenale e andiamo a vedere i murales bestiali (soprattutto pesci, ma anche topi e coniglietti neri) della fermata Appiano della linea FL3, purtroppo in parte deteriorati e deturpati dal solito stupido. Saliamo, quindi, sulla pista ciclabile realizzata sulla dismessa ferrovia Roma-Viterbo e che, costeggiando il parco del Pineto, oggi è percorribile dal Santa Maria della Pietà fino a Valle Aurelia. La intraprendiamo nella direzione di Valle Aurelia. Come tutti i frutti delle buone intenzioni delle varie amministrazioni cittadine, la pista e le adiacenti aiuole denunciano scarsa manutenzione. Così, ci pensa un laborioso ragazzo africano, che, con scopa, paletta, sacchi neri e zappetta, rimuove immondizia ed erbacce, chiedendo un contributo con dignitosi piccoli cartelli posti a terra. Penso che verserei volentieri la mia Tari a un esercito di volenterosi ragazzi che ripulissero la nostra bella sfigurata città. Certo, se poi fossimo tutti più civili e il comune facesse la sua parte …

Dopo un centinaio di metri troviamo una tabella dalla quale scopriamo che la pista è dedicata a sette Madri Costituenti. Questa tabella in particolare, che ci ricorda Maria Maddalena Rossi,  non è sfuggita neanch’essa allo sfregio dello stupido di cui sopra, che qui si è compiaciuto di firmarsi. Le iniziali sono T.C.. Roberto ha indovinato subito il nome per esteso. E voi?

A questo punto la ciclabile piega a sinistra e ci accorgiamo di essere su un crinale. Ai nostri piedi si svelano le due realtà sociali e abitative sul cui confronto Francesca ha impostato la passeggiata: a sinistra digrada la Balduina, con la sua signorile residenzialità, sulla quale veglia il rassicurante Cupolone, e a destra emerge l’intensiva edilizia abitativa delle case popolari di Valle Aurelia, così simili, con le loro torri di cemento e infissi rossi, a quelle di tante altre zone popolari di Roma. Su questa collina, ci ricorda Francesca, nel 1976 il grande Ettore Scola girò il suo “Brutti, sporchi e cattivi”.

Ma ci aspetta una sorpresa, perché l’alternativa socio-abitativa all’edilizia residenziale della Balduina che Francesca vuole presentarci non è (solo) quella delle case popolari IACP della fine degli anni ‘70/primi anni ’80. Ma è soprattutto quella della Valle dell’Inferno, dove sono state attive 16/18 fornaci, nelle quali, con l’argilla estratta in zona (Via dei Monti di Creta non è lontana), sono stati prodotti mattoni a mano fino agli anni ’60, quando ci fu l’avvento del mattone forato. A raccontarci la storia del borghetto, dove si lavorava e viveva in case costruite dagli stessi fornaciai, è un giovanottone (che Lucilla chiama, al solito, “omino”), cofondatore del “Comitato Valle dell’Inferno” e discendente, ovviamente, di fornaciai. A coadiuvarlo un bel ragazzino, che ci spiega le difficoltà tecniche del lavoro artigianale, mostrandoci dei campioni di mattoni di scarto.

E, sorpresa nella sorpresa, arriva Sergio, vecchio lavoratore di fornace, certamente uno dei pochi viventi, che ci racconta le diverse mansioni degli operai, dagli addetti allo stampo (che spesso erano donne, preferite in quanto più precise) ai fuochisti ai carriolanti. Ci racconta degli stagionali, che venivano da lontano per la stagione estiva, e di quando lui stesso, diciannovenne, con il compito di sorvegliare il forno per la notte (“la fornace non si spegneva mai; io stesso l’ho vista accendere solo 2/3 volte in vita mia”), si addormentò, lasciando fondere due file di mattoni, che poi i compagni dovettero grattar via (“non mi son fatto vedere per una settimana”). E ci racconta della probabile origine del toponimo. Non tanto legata al fuoco delle fornaci quanto alla sanguinosa battaglia che si svolse nella valle nel 1527 fra i lanzichenecchi e le truppe pontificie. Un “ricordo” della lunga presenza dei lanzichenecchi all’epoca del famigerato sacco sarebbero i capelli biondo-rossicci e gli occhi chiari di molti abitanti del sito. Ma, più banalmente, molti stagionali venivano dal nord; lo stesso padre di Sergio era friulano. Più probabile, come troverò poi in internet, che il nome derivi dall’aggettivo inferior, cioè in basso rispetto alle colline cretacee circostanti. Ma scarto quest’interpretazione, così pedantemente poco suggestiva.

Ci racconta ancora Sergio delle battaglie politiche che infiammavano il borghetto fra il migliaio di comunisti e il centinaio di democristiani, lui incluso, battaglie infuocate e dispettose ma sempre all’insegna del rispetto reciproco. E ci racconta degli orti che circondavano le casette, integrando il reddito, e del controllo sociale sui bambini (“che prendevano ‘pizze’ da tutti quanti”), e dei pochi negozi essenziali (l’alimentari, l’osteria, la “bombolara”), e dei momenti di festa, come i matrimoni, che si vivevano tutti insieme con tavolate all’aperto.

Ringraziato Sergio per aver condiviso con noi i suoi ricordi (credo che il video di Pino sia un prezioso documento da conservare), ci avviamo con il giovanottone in giro per il borghetto, con la guida di un album fotografico che giustappone foto d’epoca e foto attuali. Qualche casa è stata ristrutturata e abitata dai discendenti dei fornaciai, qualche altra trasformata in b&b (inizio di gentrification?), alcune sono in abbandono a causa di non risolte vicende ereditarie e molte, presenti nelle vecchie foto, non ci sono più. Perché nel 1981 l’amministrazione comunale (il nostro accompagnatore non dice quale; voi ve lo ricordate?) decide di abbattere il borghetto, trasferendo gli abitanti nelle case popolari. Molti accettano – è comprensibile, credo – mentre alcuni resistono; si salva la chiesetta (dove, ho trovato ancora in rete, fu girata la scena delle nozze di Ivano e Jessica in Viaggi di nozze di Verdone) e alcune case, più una fornace dalla svettante ciminiera, oggi adibita a cartiera.

Gironzolando fra Via dei Laterizi, Via dei Mattoni, Via delle Ceramiche, Via degli Embrici (ma all’epoca i riferimenti di luogo erano legati ai nomi e soprannomi degli abitanti, “Jack”, “Maria sposetta”), potevamo noi di Gastroiris non fermarci all’unico esercizio commerciale attivo, guarda caso un forno? E vai di pizza, bianca e rossa e biscottini e ciambelline al vino!

Abbiamo descritto i quattro lati di un quadrato, oltrepassato il capolinea dell’autobus, oggi il 495, un tempo il 51, con il quale si andava “a Roma”, e raggiunto la “Casa del Popolo”, ora chiusa dopo decenni di abbandono e occupazione abusiva ed alla quale si spera di restituire l’antica funzione aggregatrice degli abitanti del luogo, dando nuova visibilità anche alla lapide ai martiri antifascisti di Valle dell’Inferno. Filo conduttore delle parole di Sergio come di quelle del nostro accompagnatore (mi dispiace di non averne colto il nome, ma forse non l’ha detto) è lo spirito di solidarietà e condivisione che legava i fornaciai e che oggi il comitato cerca di ricostituire. Sempre in internet ho letto che addirittura Lenin avrebbe elogiato Valle Aurelia come “piccola Russia”: non ne ho trovato la fonte e non so se sia vero, ma certo dalle parole di Sergio abbiamo capito quale spirito collaborativo di comunità legasse padroni e operai di questo piccolo mondo chiuso.

Prendiamo congedo dai nostri accompagnatori e, passando sotto i palazzoni IACP, raggiungiamo il recentissimo centro commerciale AURA, dove Francesca ha progettato di concludere il giro, per contrapporre ad un luogo esemplare di condivisione di vita e lavoro un non luogo per eccellenza, simbolo della misera gratificazione consumista e dell’alienazione moderna, nel segno dell’anonimato e della conseguente indifferenza per il prossimo.

Qui il gruppo rapidamente si assottiglia. Qualcuno scappa a casa, prima ancora di ascoltare le ultime spiegazioni davanti alla fornace Veschi, una delle due superstiti e l’unica ristrutturata, attorno alla quale è sorto il centro commerciale. Gli altri consumano insieme i loro panini presso la fornace e si salutano dopo il caffè. Rimaniamo in due, e, dal momento che nessuno può accusarci di essere shopping addicted, ci permettiamo di indugiare per il centro commerciale, a comprare qualche regalino (solo per i bambini!). E poi, vi dirò, a me, che soffro per l’orrore di Euroma2, questo contestato centro commerciale è piaciuto: è moderno e stilisticamente omogeneo, senza eclettismi imbarazzanti, dialoga con l’esterno con i suoi pieni e vuoti (sai sempre se fuori piove o è buio) ed ha valorizzato la fornace Veschi, stabilendo continuità con la storia dell’antica borgata operaia.

Desidero ringraziare Francesca: mi aspettavo un giro naturalistico e, invece, ho scoperto una storia urbana interessantissima, resa più preziosa dai testimoni diretti che sono stati coinvolti. Più piacevole di un saggio di sociologia, affascinante come un documentario di Cecilia Mangini.

(Marina M.)

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