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com’è andata al Semprevisa …..

Marina Conti

mconti

Domenica 16 Settembre 2018 – Monte Semprevisa

Ore 8, stazione Laurentina. Con encomiabile puntualità si compatta il nostro equipaggio: Nat alla guida, Rossella navigatrice, Marina e Silvestro passeggeri semplici. Rapidissimamente arriviamo al casello di Colleferro e ciò ci consente di goderci senza preoccupazione alcuna gli stravaganti suggerimenti del tomtom nonché le copiose rotatorie della periferia della ridente cittadina. A proposito, perché ha latitato il pur evocato Sandro, che avrebbe giocato in casa?

In famiglia non ci ricordiamo mai i nomi dei posti che abbiamo visto. Ad esempio, negli ultimi anni siamo andati tre volte in gita domenicale a Collalto Sabino, ogni volta credendo che fosse un posto nuovo per noi, e due a Poggio Mirteto, e così via. Per dire che non ci ricordavamo se eravamo stati o no a Carpineto.

D’abitudine, e nonostante la spartana impostazione tribioliana, superiamo il comando dei Carabinieri (che, attenzione, avranno un ruolo nel prosieguo della narrazione), dove Bruno aveva indicato di girare per via Ninfina, e proseguiamo per il centro urbano per l’irrinunciabile seconda colazione. C’eravamo già stati. L’ho riconosciuto subito dalla chiesa gotica di Sant’Agostino, alle porte del paese, e nella quale quel giorno dello scorso autunno c’era un funerale, motivo per cui era aperta e visitabile alle due del pomeriggio. Quello che non mi ricordavo era quanto la chiesa fosse alle porte, cioè quanto distante da uno straccio di bar, per cui, parcheggiata la macchina vicino alla chiesa, abbiamo fatto un lungo preallenamento in salita per raggiungere un bar scamuffo (dal bagno terremotato ma lindo e profumato), dove ci siamo divisi i soli due cornetti presenti. Quindi, da probabili primi all’appuntamento, siamo arrivati buoni ultimi al parcheggio di Pian della Faggeta.

Lo so, sto divagando. È perché ho lanciato l’esca del riferimento all’Arma e voglio creare un po’ di suspence.

Vabbè, scarponi, zainetto, conta dei presenti e ci avviamo fra i faggi con un tempo mezzo mezzo. Il gruppo è un po’ sgranato sul percorso. Noi siamo avanti con Alessandra, che, si sa, è ascendente stambecco. Bruno chiude con i più riflessivi. La faggeta è bella, con i suoi alberi (anche quelli caduti e ricoperti di muschio e su cui hanno messo casa i funghi) e il suo tappeto croccante di foglie. Incontriamo una fontana, secca al momento, e ci fermiamo alla sella, dove, su due panchine che non potevamo ignorare, aspettiamo gli altri. E qualcuno già ne approfitta per bere o sgranocchiare qualcosa. Riprendiamo il cammino sulla sinistra e saliamo fino ad una terrazza di roccia spalancata sull’agro pontino. Se non fossimo ora nella nebbia vedremmo addirittura il mare ed il Circeo. Invece, intravediamo solo un po’ di pianura e la distesa di serre. Si prosegue nel bosco fino alla cima. E la nebbia in movimento ancora non ci consente di godere appieno del panorama. Ci ripariamo un po’, addossati alle rocce, e consumiamo il solito lauto pasto, che fa onore al buon nome di Gastroiris.

Quindi, sarà la nebbia, sarà quel che sarà, ci avviamo per la discesa, non per la via della salita ma fuori sentiero.

È a questo punto che Enrica si accorge che i suoi 17 compagni di escursione si sono perduti. Aspetta un po’, poi ancora un po’, poi si sposta un po’ a monte per andar loro incontro, poi scende verso valle, sperando di trovarli alle macchine. Ci sono altri escursionisti (anche degli speleologi, tante volte…) e chiede a tutti ma nessuno ha visto quei 17. Comincia a farsi tardi e non si può aspettare ancora, fra un paio d’ore sarà buio. Un simpatico centauro si offre di salire con la sua moto da trial fino alla sella ma neanche lui trova traccia dei 17 e avrà i suoi problemi con la catena, che si sfila due volte (sarà colpa del numero 17?). Qualcuno, più pessimista, suggerisce di telefonare all’ospedale di Colleferro; qualcun altro già immagina la notizia al tiggì regionale.

È il momento di allertare l’Arma, che accorre con il suo fuoristrada ma, ahiloro, anche con calzature da città e panzetta da dopopranzo domenicale. E arriva anche la non richiesta Protezione civile, che coglie l’occasione per cazziare i volontari e tutti gli escursionisti presenti, al grido di: “Domani vado dal sindaco e gli faccio chiudere la montagna. Basta co’ ‘sta storia tutte le domeniche!”.

Alla fine, i 17 vengono ritrovati. Il sollievo prevale su tutto. Enrica non li rimprovera ma li accoglie con il suo sorriso contagioso. E, secondo la nostra bella consuetudine, la giornata finisce davanti ad un boccale di birra. Nel più vicino dei bar del paese.

P.S.: Oh Luciano, non lasciarci più da soli!

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